Gianni Clerici, i ricordi dello “scriba” comasco della racchetta

Gianni Clerici

«Mi trovavo a Bellagio nella casa del nonno di mia moglie, mi chiamò un amico e mi disse: “Guarda che vicino a te c’è una ragazzina tedesca che gioca a tennis, è in vacanza con il padre, vai a vederla”. Andai, e mi colpì parecchio, avrà avuto dieci anni e pensai, “questa ha un futuro”».
Quella ragazzina era Steffi Graf, tra le migliori tenniste della storia, unica ad aver vinto, insieme a Serena Williams, i quattro tornei del Grande Slam. A ricordarla è Gianni Clerici, classe 1930, definito da Italo Calvino “uno scrittore in prestito allo sport” e da Alessandro Baricco “l’uomo che sa più di tennis nell’intero pianeta”. Lo incontro in quella stessa casa – una piccola stanza, i suoi libri sulla scrivania, l’ottimo caffè di sua moglie Marianna, il bel giardino e il lago sullo sfondo – e quando gli dico di essere coetanea della grande Steffi Graf riaffiora quel ricordo, poi gli dico che dopo un tentativo col tennis ho abbandonato la racchetta per il basket. E subito ne riaffiora un altro: «A Como c’erano le sorelle Ronchetti, cestiste della Comense. Una faceva canestri che sarebbero diventati da tre punti, l’altra, Liliana, era bellissima, mi piaceva molto, anche se non osavo farmi avanti… insomma, avevo 18 anni, ero abbastanza alto per i tempi e mi allenavo nella palestra della Comense, il coach Garbosi mi disse “Ma perché non vieni ad allenare le ragazze che salti così bene?”. Così feci, c’erano poche riserve tra le ragazze e nessuna “all’altezza” con cui misurarsi».
A quei tempi i tennisti non godevano di molto rispetto.
«Mi dicevano ti, signurina!, in America ci definivano “sissy girl”… dà l’idea di come fosse la società allora. Comunque, oltre a giocare con le ragazze nella palestra della Comense tiravo di boxe e a qualcuno di quelli che mi apostrofavano “signorina” qualche cazzotto l’ho dato».
Che ricordi ha del Tennis Como a Villa Olmo?
«Era diventato la mia seconda casa, c’era un edificio, la giazzera, dove gli Odescalchi conservavano i cibi, ogni mattina andavo lì, e tra una partita e l’altra preparavo il mio esame di maturità. A Villa Olmo, vidi l’incontro che considero il colpo di fulmine che ha segnato la mia vita, un’entusiasmante finale internazionale vinta da Valentino Taroni di Carate Urio, futuro campione italiano. E pensare che aveva cominciato come raccattapalle e non aveva le scarpe per giocare perché costavano troppo; io, che avevo più mezzi, ne ho regalate parecchie di scarpe… Ricordo che andavo a correre a Villa Geno alla mattina presto e mi guardavano tutti perché indossavo la tuta da ginnastica, un capo sconosciuto».
Il tennis in Italia è ancora elitario?
«No, non credo. Certo, la Federazione ha qualche limite, soprattutto burocratico, e politico… ma apprezzo il fatto che il tennis stia crescendo nelle scuole e nei camp».
Nel 2018 il tennis ha contato più tesserati dopo il calcio, ma non abbiamo ancora un Federer o un Nadal…
«Secondo me è solo una questione di numeri. Ho intervistato di recente la tennista Li Na, prima cinese ad essere ammessa alla “Hall Of Fame”, mi ha detto “Vedrà quando saremo milioni a giocare…”. Negli ultimi anni in Italia sono usciti giovani promettenti, Cecchinato (semifinale a Parigi), Berrettini, Sinner allievo di Riccardo Piatti».
Un grande coach, vanto di Como.
«Sì, è un amico, gli ho insegnato a giocare… mi ha anche chiesto di rifare il mio manuale Il tennis facile, pensi che me l’hanno pubblicato persino in America».
C’è molta aspettativa sui giovani.
«Sì, ma così tante gare Junior non so se siano giuste. Certo, oggi si guadagna molto e se chiedi a un giocatore se il tennis è un lavoro o un gioco, ti risponderà che è un lavoro, poi quando smettono è la fine… ne parlai a una cena con Borg.»
A cena con Borg?
«Una volta i giocatori erano amici dei giornalisti, oggi devi aspettare mesi per avere un’intervista. Borg lo consideravo un amico, eravamo a Las Vegas, c’erano centinaia di giornalisti che lo aspettavano nella hall dell’albergo e hanno guardato me e Rino Tommasi, che eravamo con lui, come se fossimo due mostri. Siamo saliti in camera sua e poi ci ha invitato a cena. Ci diceva: “Quando smetto di giocare cosa faccio?”, poi purtroppo perse tutti i suoi soldi».
Quali giocatori e giocatrici le sono rimasti nel cuore?
«Ken Rosewall, avrebbe vinto più slam di Federer se avesse potuto giocare più anni da professionista, mi manda una cartolina ogni anno da un paesino in Australia. Magari ci rivedremo a Wimbledon, non ci vado da due anni».
Tra le donne?
«La grande Suzanne Lenglen, l’editrice francese Vivianne Hamy ripubblicherà due miei libri su di lei; conobbi bene Venus Williams, suo papà mi offriva i sigari e mi chiamava “sigar man”».
Grazie al giornalismo ha girato il mondo.
«Non ho fatto una vera carriera, sarei dovuto diventare un corrispondente; al Giorno mi volevano mandare a Mosca ma scelsi Londra, ero tra i pochi a conoscere l’inglese, cominciai a seguire Wimbledon».
Le mancano le cronache televisive?
«No, affatto. Non possiedo un televisore e ora che devo seguire gli US Open, li guardo su quello di mio cognato, ma non mi piace… hai l’impressione di seguire un film. Ho trovato un solo regista, negli Usa, che conosceva il gioco e le giuste inquadrature, ora si preferisce riprendere lo spettatore meritevole di essere visto perché dorme o perché ha una maglietta con lo sponsor. Non amo neppure i commentatori che illustrano le cose che già si vedono. Rino Tommasi e io avevamo inventato una cosa, notata dal New York Times che ci dedicò una pagina intera: il silenzio. Nessuno conosce più il silenzio, lasciare pause per godere del gioco, si ha paura di essere insufficienti».
Se così giovane non si fosse ammalato, la sua carriera di tennista sarebbe proseguita?
«No, la mia carriera era finita, potevo fare il maestro ma ho cominciato a scrivere e mi andava bene così. La scrittura è la mia vita».
I suoi maestri in letteratura?
«Bassani e Soldati. Ho abitato vicino a Soldati e giocavo a tennis con Bassani, mi hanno praticamente adottato, avevo 20 anni, mi hanno insegnato molto».
Ha scritto che in una gara l’avversario più grande sei tu stesso.
«È vero, io ho sempre avuto paura, sono sempre stato più bravo in doppio. Come singolare sono stato il numero otto in Italia, un semi successo. Sono stato molto più bravo in doppio, probabilmente avevo bisogno di essere aiutato».
Gianni Clerici, qual è la filosofia del tennis?
«Mia nipotina ha 8 anni e mezzo e gioca nella scuola del Tennis Como, dovrei essere in grado di spiegarle qualcosa. La grande campionessa Lea Pericoli, siamo molto amici, mi dice che ci deve essere una ragione filosofica e che io dovrei saperla, ma ancora non ho una risposta».

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