Gli adulti con un’idea distorta dei giovani hanno dimenticato la fatica di diventare grandi

Interventi e repliche
L’immagine dei giovani, quella che “gira”, l’immagine pubblica, è desolatamente falsa. Il soggetto giovane è sempre stato un bersaglio ghiotto per la morale “adulta”, dai tempi di Seneca probabilmente, e anche prima. Ma mai come oggi si assiste ad un florilegio di rappresentazioni giudicanti, come se improvvisamente la gioventù fosse diventata irreparabilmente malata, disperata, morbosamente intrattabile (giovani indolenti, insoddisfatti, “sdraiati”, violenti, eccetera).
Trovo tutto questo desolante. Non certo la gioventù, quanto l’immaginario che la concerne, prodotto dagli adulti, spesso adulti totalmente smemorati della loro stessa giovinezza.
Qui mi interessano proprio gli adulti. I promotori della grande campagna interventista nei confronti dei giovani, quelli che da ogni dove incitano all’ascolto, al dialogo, alla presenza, prima che questi giovani non compiano qualche sproposito, con la droga, la malavita, la prostituzione e tutto il peggio che si possa immaginare. Questi giovani che vogliono “godere subito”, godere sempre. Saranno almeno cinquant’anni che la famiglia autoritaria è scomparsa, progressivamente. Con il suo rigore, con i figli che tacciono a tavola e che sgobbano silenziosi e chini nelle loro stanze preparandosi all’indomani. Forse che quella era una buona famiglia?
Curioso. Eppure molti di quelli che oggi imperversano con il loro neonato moralismo, i nuovi padri e le nuove madri scandalizzati dai giovani, non sono gli stessi che spinellavano allegramente negli anni ’60 e ’70, che debosciavano in giro per l’Europa, che cantavano con i Beatles e i Rolling Stones di libertà sessuali, di liberazione dal lavoro e altre scandalose utopie sociali di questo tipo? Forse no.
Forse erano parte di quella maggioranza silenziosa che non prendeva posizione su nulla (me li ricordo) tranne che sull’esigenza di lasciar studiare chi voleva studiare, ché dovevano mettere su presto famiglia e andare a lavorare, per fare progredire “questa nostra società”.
Oggi gli unici disposti a cooperare, a stare zitti e supini, anche nelle squadre di calcio, sono i poveri che arrivano dai Paesi della povertà. Loro figli di qualche cultura patriarcale ancora in piedi, per il bene nostro e della nostra ipocrisia.
Se i nostri ragazzi sono un po’ digiuni di patriarcato e sperimentano un poco la loro libertà, fosse anche quella di godere – purtroppo tragicamente falsificata da chi gli propina (gli adulti) godimenti finti e mercificati, da chi ne manipola i gusti e le idee -, beh, se fosse così, sarebbe già qualcosa.
Ma non è così. Nessun autentico godimento. Nessuna vera libertà. Solo un’ultima moratoria prima di entrare nel terrificante mondo del lavoro, la grande e unica vera chiesa della nostra vita inginocchiata davanti al dio denaro. Fruiscono, loro figli privilegiati dei Paesi dove la ricchezza del mondo si è concentrata a spese degli altri, di una pausa prima di entrare nell’ingranaggio, come lo chiamava Giorgio Gaber. Quello che trita tutti, specie quelli che poi tranciano giudizi immemori e ingiusti sui giovani.
E infine mi si consenta una considerazione più generale, direi addirittura esistenziale. I genitori si lamentano dei figli, del fatto che sono diversi da come dovrebbero essere, disubbidienti, pigri, debosciati. I genitori si lamentano che i figli non restituiscono loro l’amore che gli hanno donato?
Attenzione. Questo poteva ancora avere un qualche senso quando esisteva una società che interpretava i figli come un “dono del Signore”, qualcosa che arriva, un’ineluttabilità, e che quindi viveva i figli, nella totale inconsapevolezza profonda di cosa si trattasse, come un dono e come un fardello. Ma oggi, almeno qui da noi, non è più davvero così. I figli sono il frutto di una scelta deliberata, volontaria, consapevole.
Fare un figlio è una scelta enorme, forse varrebbe la pena di ricordarlo agli immemori. Se uno mette al mondo un figlio, io credo che debba fare di tutto per farsi perdonare, per desiderare che il proprio figlio viva al meglio possibile, perché sia sottoposto il meno possibile alle ferite e alle infinite prove che comunque dovrà passare.
Per l’intanto, se li trovate sul divano, con l’iPhone, svogliati e assonnati, se fossi in voi mi assicurerei che siano divani comodi, che abbiano una coperta morbida. E li lascerei in pace, fino a che è possibile. Perché comunque, anche per merito vostro, non sarà a lungo così.

Paolo Mottana – Docente di Filosofia dell’educazione all’Università di Milano

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