Greta, la “bimbocrazia” e la difesa del pianeta

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di Agostino Clerici

Qualcuno ha parlato di «bimbocrazia». Altri hanno coniato il termine di «gretinismo». Al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica c’è il fenomeno dei cortei di ragazzini che in tante parti del mondo hanno levato la loro voce in difesa del pianeta ferito e morente. Leader indiscussa di questo nuovo movimento di piazza è la sedicenne svedese Greta Thunberg, addirittura candidata al Premio Nobel. Di tutela dell’ambiente si parla da decenni, con eccessi di minimizzazione e di allarmismo, e proprio per questo la soluzione del problema è più complessa dello sloganario con cui lo si evidenzia.

Ciò che è sicuramente reale – e tutti ne abbiamo esperienza – è l’inquinamento climatico a cui va necessariamente incontro il nostro modello di sviluppo, che non è certamente quello della cosiddetta «decrescita felice». Magari su qualche cartello essa campeggia come soluzione desiderata dai ragazzi che denunciano le malefatte degli adulti. Ma, diciamocelo con franchezza, quegli stessi ragazzi – così come i loro genitori – non saprebbero rinunciare ai benefici del progresso e tengono ben stretto tra le mani l’ultimo modello di telefonino, la cui rete digitale mondiale produce più CO2 del traffico aereo. Insomma, quel fenomeno di piazza, che tanti detentori del potere politico ed economico si sono affrettati a sposare, è l’ennesimo esempio della ipocrisia globalizzata, che sta anch’essa distruggendo il pianeta.

Greta è semplicemente il volto simpatico dell’allarme che da decenni viene lanciato da scienziati, inascoltati da coloro che potrebbero fare qualcosa, i quali plaudono entusiasticamente Greta e tutti gli altri ragazzi per il semplice fatto che costoro sono ininfluenti ai fini delle scelte che contano. Paradossalmente i «gretini» – che non sono studiosi del clima o dell’inquinamento – sono il megafono di notizie e nozioni di cui hanno una conoscenza superficiale e che sono del resto ampiamente risaputi. Il loro successo è solo l’indice di una società culturalmente smarrita, che, ai livelli decisionali dell’economia e della politica, non può certo pensare di fermare il progresso, altrimenti perde il consenso della gente.

Già, ma intanto il pianeta si ammala sempre di più, e sul pianeta s’aggrava di giorno in giorno la condizione di salute del suo livello consapevole, l’uomo. Da questo punto di vista, non giova affatto la pluralità di letture da parte degli stessi scienziati del clima, perché non vi è affatto unanimità di analisi e di strategie. Senza dimenticare che nel mondo il potere, se non appartiene certo alle piazze dei bambini, non appartiene nemmeno alla scienza. I veri manovratori sono i potentati economico-finanziari che tengono le redini delle decisioni politiche nazionali e internazionali. Ma il «grande fratello», che rappresenta il bacino reale della volontà di cambiare o meno le regole del gioco, siamo noi. E purtroppo anche questo decisivo livello del consenso reale è perlopiù inconsapevole e istintivo, segnato da uno sfrenato individualismo e da un attaccamento egoistico agli standard di benessere raggiunto.

Sapremo trovare il coraggio di pensare ad un futuro che non sarà più il nostro? Oppure anche noi ci accoderemo comodamente al «gretinismo» della «bimbocrazia», nella certezza che così non cambierà nulla?

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