I nodi irrisolti della moda e le proteste a Dacca

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di Giorgio Civati

Ci sono molti fili che collegano il tessile alla moda, le passerelle al più sconosciuto artigiano, anche del distretto serico lariano. Fili che a volte comportano anche tragedie, sfruttamento, miseria. È passata quasi inosservata, per esempio, la notizia che in questi giorni le lavoratrici di Dacca, in Bangladesh (lavoratrici perché quasi sempre donne), stanno protestando contro sfruttamento, salari da fame e condizioni di lavoro disumane. Eppure la protesta, pur partendo da lontano, dall’altra parte del mondo, riguarda anche le sfilate, le passerelle, gli abiti di migliaia di euro, i big dello stile. E, di conseguenza, i tessuti e quindi anche Como.

Riportano le cronache che le forze dell’ordine hanno utilizzato idranti e gas lacrimogeni per disperdere le migliaia di manifestanti che, in Bangladesh, ancora ieri e nei giorni scorsi protestavano  chiedendo un miglioramento delle condizioni di lavoro e quindi del livello di vita reso possibile, o impossibile secondo i punti di vista, da quel loro lavoro. Condizioni normate da un codice legislativo locale ovviamente inadeguato, fuori dal tempo almeno da un punto di vista occidentale, ma che appaiono invece legali se viste dall’interno di un certo mondo. E così il Bangladesh ha esportazioni di tessile-abbigliamento per 30 miliardi di dollari l’anno e vede impegnati circa 4 milioni di lavoratori. Impegnati o più correttamente sfruttati, ma tant’è. Facendone il secondo Paese al mondo, dopo la Cina, come produttore di tessuti e capi confezionati.

Tanto per dare un’idea di come la moda passi anche da sfruttamenti e miserie, è forse il caso di ricordare che nel 2013 proprio in Bangladesh crollò un intero palazzo, il Rana Plaza, otto piani di laboratori che hanno trascinato a terra e sotto le macerie migliaia di lavoratori, con oltre 1.200 morti.

Anche se difficilmente si potrà fare qualcosa a breve, ricordarselo potrebbe essere necessario per comprendere come il mondo dell’abbigliamento non sia affatto quella bella favola che molti vogliono propinare. Sogni e bellezza? Estetica ed etica? Sull’applicazione concreta di quest’ultima definizione – l’etica appunto – c’è molto da dubitare. Anche perché i lavoranti sfruttati e sottopagati delle aree povere del mondo lavorano, anche se non direttamente, per griffe e marchi celebri. Molti di quegli stessi marchi che, magari in quanto clienti del distretto tessile comasco, discutono per un euro in più o in meno al metro di tessuto, che distribuiscono capitolati pieni di obblighi e buone intenzione, impegni e promesse. Troppe volte disattesi.

Ovviamente molti attori della filiera del tessile-abbigliamento sono corretti, incolpevoli delle disuguaglianze che nel mondo consentono tante storture. E Como lo è senza alcun dubbio per mentalità, storia, leggi esistenti.

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