I verbali di Falcone 30 anni dopo: «All’Addaura la mafia voleva colpire soprattutto i magistrati svizzeri»

Giovanni Falcone

Mercoledì 21 giugno 1989. Sul litorale di Palermo, all’Addaura, Giovanni Falcone ospita nella sua casa di vacanze due magistrati svizzeri, Claudio Lehmann e Carla Del Ponte, con i quali collabora da tempo (con rogatorie e interrogatori) nell’ambito dell’inchiesta Pizza Connection,
Alle 7.30, gli agenti della scorta personale di Falcone trovano 58 cartucce di esplosivo, di tipo Brixia B5, all’interno di un borsone sportivo abbandonato sulla scalinata che dalla villa porta alla spiaggetta sottostante.
Accanto al borsone ci sono una muta subacquea e due pinne, Il Brixia 5 è una combinazione di Semtex H, dinamite in polvere e nitroglicerina. È tipicamente usato per le estrazioni minerarie, ma è anche lo stesso esplosivo utilizzato per la strage al Rapido 904 (avvenuta il 23 dicembre 1984 nella grande galleria dell’Appennino, subito dopo la stazione di Vernio). Con il Brixia 5 sarà pure realizzata la strage di via Mariano d’Amelio, il 19 luglio 1992, nella quale moriranno Paolo Borsellino e 5 agenti di scorta.
All’Addaura l’esplosivo è stipato in una cassetta metallica ed è innescato da due detonatori. I quali, però, non funzionano come dovrebbero. A proposito di quel fallito attentato, in un’intervista al giornalista dell’Unità Saverio Lodato Falcone parlò di «menti raffinatissime». Da quel giorno fu chiaro a tutti che il magistrato era nel mirino di Cosa Nostra, anche se i suoi detrattori – nel tentativo di screditarlo – dissero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità.
Il fallito attentato dell’Addaura è tornato d’attualità con la pubblicazione dei verbali dell’interrogatorio reso da Giovanni Falcone il 4 dicembre 1990 al procuratore di Caltanissetta Salvatore Celesti, che lo sente come parte lesa nell’inchiesta aperta per fare luce sull’accaduto. I verbali, acquisiti agli atti del processo di appello sulla cosiddetta trattativa Stato- mafia, contengono una novità di rilievo. A Celesti, infatti, Falcone dice: «Il mio perdurante collegamento con i colleghi svizzeri in tema di indagini concernenti il riciclaggio rafforza ancora di più il sospetto che si sia inteso in qualche modo lanciare un avvertimento per rendere ‘meno pronta’ l’assistenza giudiziaria da parte della Svizzera». L’attentato, fa capire il magistrato palermitano, è anche un avvertimento ai giudici ticinesi che «sarebbero rimasti sicuramente coinvolti nell’esplosione». Questo, spiega Falcone a Celesti, «mi induce a una serie riflessione ove si considerino le abitudini e i metodi operativi di Cosa Nostra. Quasi sicuramente non sarebbero stati uccisi magistrati di un altro Paese, ove ciò non fosse stato ritenuto opportuno e necessario. E se si fosse voluto prendere di mira soltanto la mia persona, avrei potuto essere oggetto di attentati in mille altri modi e in mille altri luoghi». Proprio «i colleghi svizzeri, in quel periodo, si stavano occupando di indagini, soprattutto finanziarie, riguardanti notissimi esponenti della mafia siciliana». La bomba dell’Addaura, quindi, poteva essere rivolta anche a loro,
Le carte dei verbali, emerse dopo 30 anni, non convincono però chi con Falcone lavorò fianco a fianco. Paolo Bernasconi, capo della Procura del Sottoceneri fino al 1985, incontrò il magistrato palermitano 5 volte e fu il primo inquirente ticinese a collaborare alla nascente inchiesta Pizza Connection.
«Queste dichiarazioni mi suonano strane – dice Bernasconi al Corriere di Como – Giovanni mi ha sempre detto “tu non hai alcun motivo di temere un attentato dei mafiosi perché Cosa nostra agisce soprattutto dove è in grado di controllare il territorio, e la Svizzera non la controllerà mai». Ammazzare un giudice in Sicilia, spiega ancora Bernasconi, «poteva forse avere un valore strategico per la mafia, che era ed è un’organizzazione terroristica nell’accezione moderna, ovvero una struttura che prova a “governare” con il terrore. Anche per questo Falcone non voleva che noi andassimo giù. Proteggerci, diceva, era un grande problema».
In ogni caso, l’ex procuratore ticinese si dice «sorpreso dal contenuto dei verbali. Lui ne sapeva certo più di me, ma cozzano un po’ con quello che mi ha sempre detto. Forse, sapendo di essere accerchiato e avendo coscienza che le sue dichiarazioni sarebbero state lette dalla mafia il giorno dopo, usò quella testimonianza per depistare i boss e i loro complici».
Cosa nostra, conclude Paolo Bernasconi, «ha sempre agito in Svizzera in modo sommerso e sottotraccia. Non aveva alcun motivo per diventare un problema perché qui nascondevano i ricercati e i loro tesori. Lo hanno fatto per decenni e fino a pochi anni orsono stando sempre attenti a non sollevare l’attenzione della polizia».

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