Il Lario e la musa di Benito Mussolini: la storia di Margherita Sarfatti

Margherita Sarfatti

Benito Mussolini dovette principalmente a lei la decisiva legittimazione di leader nel capoluogo lombardo. Grazie a Margherita Sarfatti e al suo salotto borghese di corso Venezia, il capo del fascismo fu “svezzato” e reso accettabile alla Milano “bene”. I due divennero amanti nel 1913 e il loro rapporto, travolgente e burrascoso, costellato di reciproci tradimenti, proseguì anche quando il duce prese la guida del governo.
Margherita è stata definita un’anticipatrice del fascismo, ma di un fascismo borghese nel quale lei vagheggiava una rivolta etica e individuale. Vi aderì speranzosa di creare uno stile nazionale nell’arte e nella letteratura, i campi dei suoi principali interessi.
La vicenda privilegiata e drammatica di questa donna nata nel 1880 in uno splendido palazzo del Quattrocento nel Ghetto Vecchio di Venezia, si intreccia con il territorio comasco, dove visse a lungo, morì e dove riposano le sue spoglie.
“Il Soldo”, la dimora di campagna di Cavallasca, acquistata nel 1909 assieme al marito, fu sempre il rifugio sicuro di Margherita Sarfatti, il luogo a lei più caro.
«Senza lussi, ma comoda, grande e tranquilla»: così la padrona di casa amava definire quell’edificio rustico a due piani, con persiane verdi e l’esterno in stucco rosso. Piazzato in cima alla collina, godeva di una vista invidiabile. Era impreziosito da un giardino rigoglioso di fiori e alberi da frutta, con il pozzo ombreggiato da un lauro, mentre all’interno travi irregolari a vista sul soffitto e mobili che profumavano di legno davano all’ambiente un gradevole tocco di calore.
Adriana Turconi, di Cavallasca, ricorda che il nonno, Pietro fu custode al “Soldo” e racconta che quando Margherita Sarfatti arrivò volle eliminare ogni recinzione, a parte il muretto che dava sulla strada provinciale: «Prima c’era filo spinato ovunque. Lei disse: “Non ho comprato una prigione”».
Quando Pietro morì, nel 1953, Margherita scrisse una lettera di suo pugno alla moglie Lucia. Un passaggio dice: «Pietro è andato a raccogliere il premio di tutte le sue opere buone e virtuose».
Maria, la mamma di Adriana Turconi, aiutò nella cucina della villa. A proposito dei soggiorni del duce, disse alla figlia: «Arrivava a bordo di un’Alfa scoperta. Quando era in visita ufficiale, davanti al cancello era schierata la milizia».
Al Soldo fu progettata la marcia su Roma; qui Mussolini si ritirò quando sembrava che re Vittorio Emanuele III avrebbe firmato lo stato d’assedio.
La scrittrice e critica d’arte, dal canto suo, trascorreva al “Soldo” le vacanze ogni anno, da luglio a ottobre, eccezion fatta per il periodo dell’esilio che durò dal 1938 al 1947. Qui ricevette grandi personalità. Tra i tanti, gli scrittori Luigi Pirandello e Riccardo Bacchelli e lo scultore Medardo Rosso. E dopo il suo definitivo rientro in Italia, visse ininterrottamente a Cavallasca fino all’ultimo giorno: il 29 ottobre 1961, quando spirò nel sonno nella casa «ch’era un piccolo tempio dell’arte – scrisse in un articolo non firmato “La Provincia”, diretta all’epoca da Luigi Pozzoli – le pareti adorne di quadri preziosi dei più illustri pittori, da Picasso a Matisse, a Ronalt, a Cocteau, a Sironi, a Carrà, a Chagalle, dove si raccoglievano scrittori insigni e personalità del mondo letterario; e Margherita Sarfatti teneva il filo della conversazione, amabile e animatrice, sui più vari temi e sui più impegnativi interrogativi della storia e dell’arte (…)».
Lo stesso giornale pubblicò in terza pagina, il 31 ottobre 1961, l’ultimo scritto della scomparsa, inedito e consegnato alla scrittrice comasca Carla Porta Musa, che le aveva fatto visita poche ore prima dell’improvvisa dipartita. Titolo: «Ma sono scoperte?». Oggetto: l’humour nelle declinazioni tipiche e diverse di vari popoli. Quella capacità di sorridere che, secondo l’articolo, era ormai carente negli scrittori, tutti presi da un “io” straripante. Eccone lo stralcio conclusivo, coerentemente improntato proprio a humour: «(…) Aspetto che qualcuno rida di me e delle mie favolose scoperte, o perché false ed errate, o perché note ed arcinotissime. E quando qualcosa di ciò mi verrà dimostrato, mi divertirò e riderò io pure di gusto, grazie a quel senso di humour, che è forma di umiltà, o almeno di modestia. Frattanto, mi pavoneggio con le mie forse false penne di pavone».
Margherita Sarfatti collaborò anche alla storica rivista “Como”, allora diretta da Carla Porta Musa, che ha più volte raccontato l’ultimo sereno incontro, in nulla presago di quanto sarebbe accaduto, preceduto da un’affettuosa e perentoria telefonata: «Ti aspetto domani. Domani, hai capito? Non mi tradire. Vieni. Parto lunedì e desidero salutarti». La regina del “Soldo”, ricorda la sua amica, aveva una voce fresca, che non lasciava prevedere di certo quel repentino passaggio, aveva una energia, un entusiasmo, una voglia di scrivere ancora molto intensa. «Domani parto – ribadì all’ospite – ma sono soddisfatta. Ho scritto tre articoli in questi ultimi giorni. E non credere che non abbia ancora molte cose da dire: continuerò a Roma». La conversazione scivolò sul matrimonio. «Muoio col pentimento di non essermi risposata – disse Margherita a Carla Porta Musa – Perché il compagno di tutt’i giorni e di tutte le ore è il marito. Naturalmente dev’essere una persona educata». La stessa Sarfatti, poco tempo prima, aveva confidato alla nipote Magalì: «Gli unici due uomini che ho amato sono stati tuo nonno e Mussolini». Porta Musa concluse così la cronaca di quel pomeriggio: «L’ultimo giorno Margherita Sarfatti aveva dunque scritto, conversato, letto, pagato tutt’i conti – com’era solita fare ogni anno da cinquant’anni – alla vigilia della partenza. Aveva aiutato a preparare le valigie, riposto nelle varie buste i soldi, i gioielli, le carte, i libri (…) Si era coricata verso mezzanotte; in ginocchio sul letto aveva come ogni sera detto le preghiere; si era fatta portare un tè di tiglio, poi aveva spento la luce. La mattina dopo quando la cameriera era entrata in camera per aprire le persiane, l’aveva chiamata. Come al solito, poi più insistentemente del solito. Si era avvicinata al letto. Margherita era morta. Portava sempre con sé, da moltissimi anni, raccolte in un grosso volume le opere di Dante che consultava incessantemente. (Sapeva e recitava Dante a memoria). Coincidenza strana: ad ogni suo dubbio, perplessità, curiosità, trovava sempre nella pagina che apriva a caso, la risposta o il consiglio o l’insegnamento adatti. Vi sono in quel volume – consumato dal tempo, ma soprattutto dall’uso – parecchie annotazioni di Margherita. Le prime risalgono al 1925. L’ultima è delle ore 0,50 dell’8 aprile 1961 (il giorno del suo ottantunesimo compleanno). L’ho ricopiata – la mano un po’ mi tremava – col consenso di Fiammetta (la figlia di Margherita, ndr.): “Sì come pomo maturo dispicca dal suo ramo. Aristotele dice senza tristezza è la morte che è nella vecchiezza. Chiaro dunque che non vedrò il prossimo venturo 8 aprile 1962. Ma grazie a Dio dice che non soffrirò. Amen e così sia”».
Margherita era la quarta, ultima e viziatissima figlia di Amedeo Grassini ed Emma Levi, una coppia di ebrei della buona società veneziana. La famiglia era ricca e prediligeva la cultura. Dal Ghetto passò alla “Casa Bembo”, un palazzo gotico sul Canal Grande dove fu installato il primo ascensore della città lagunare. Amedeo Grassini era ingegnere e fondò il sistema di trasporto dei vaporetti a Venezia.
L’ultimogenita era intelligente e vivace. Stimolata dall’ambiente in cui viveva, andava regolarmente a concerti e all’opera nel palco paterno della Fenice. Divorava romanzi. Incontrava le numerose persone colte e raffinate che andavano e venivano per casa. Nel suo libro autobiografico “Acqua passata” scriverà di essersi ispirata fin da bambina, non per curiosità, né per snobismo alla vocazione di «collezionista di celebrità». Ebbe un tutore, Antonio Fradeletto, critico teatrale e brillante conferenziere. Appena quindicenne, ma già bellissima, un professore di mezza età si innamorò di lei. Lo spasimante era socialista e aprì a Margherita un mondo affascinante di idee nuove. La giovane le fece proprie e ben presto, nella Venezia di fine secolo, fu ribattezzata la “vergine rossa”.
Dopo uno spettacolo alla Fenice, l’incontro con l’avvocato Cesare Sarfatti, un lontano parente di idee repubblicane, fece scoccare la scintilla dell’amore. Amedeo Grassini si oppose duramente a quella frequentazione, ma quando Margherita compì diciotto anni dovette rassegnarsi alle nozze, che furono celebrate soltanto con rito civile. Cesare continuava a non essere gradito alla famiglia della sposa a causa delle sue attività socialiste, condivise da Margherita che si batteva anche per la causa femminista e iniziava a scrivere critiche d’arte su “l’Avanti” e su altri giornali. Nacquero i primi figli, Roberto (1900) e Amedeo (1902) e i Sarfatti lasciarono la splendida, ma “provinciale” Venezia per Milano, moderna capitale dei socialisti. Dapprima abitarono in un modesto appartamento di via Brera. poi si trasferirono in corso Venezia.
Qui, nel 1909, Margherita ebbe Fiammetta, la figlia sempre desiderata. Si scontrò ripetutamente con Anna Kuliscioff, compagna di Filippo Turati e il socialismo stesso fatto persona, che non mancava di rinfacciare alla nuova arrivata i suoi soldi e il suo attaccamento alle comodità borghesi.
La svolta decisiva, nella vita della Sarfatti, venne con la conquista della direzione de “l’Avanti” da parte di Benito Mussolini. Tra i due nacque immediatamente un feeling, che si tramutò ben presto in passione reciproca. Margherita, con il suo corpo giovane e grandi occhi luminosi, alta, bionda, era definita dallo scrittore Nino Podenzani «una bellezza trionfante».
Non furono però solo anni di felicità. Il 28 gennaio 1918, Roberto, il figlio di Margherita, morì in guerra appena 17enne in cima al Col d’Echele, sull’altopiano di Asiago, trafitto da una pallottola austriaca. Nel 1935, dopo il ritrovamento del corpo, la mamma volle in sua memoria un monumento, che lei chiamerà “il caro segno”, disegnato dall’architetto razionalista comasco Giuseppe Terragni. Pur devastata dal dolore, colei che era ormai un critico d’arte tra i più importanti d’Italia, continuò il suo rapporto con l’astro nascente della politica. Lo seguì anche nell’avventura del fascismo. Convinta che la cultura fosse un cemento di coesione sociale, vi intravide la possibilità di realizzare un sogno: riportare la grandezza nell’arte italiana, creando uno stile nazionale.
A riprova della predilezione per l’ambito artistico, tentò di aiutare giovani di talento. Affittò dall’industriale Carlo Ravasi una villa a Rovenna, sopra Cernobbio, e la mise a disposizione di coloro che erano un tempo appartenuti al movimento futurista. Vi lavorarono per mesi Achille Funi, Arturo Martini e altri.
Ogni sera dal 1919 al 1922, dopo aver chiuso il “Popolo d’Italia” di cui era direttore, Benito Mussolini incontrava Margherita in corso Venezia, vicino a casa Sarfatti. Quando l’amante divenne capo del governo, la sua musa toccò il cielo con un dito: ne influenzò sempre più il giudizio, guidò l’esperienza della rivista di teoria politica “Gerarchia”, scrisse la biografia “Dux”, che sarà poi tradotta in diciannove lingue. Il libro, uscito per la prima volta nel 1925, fu ristampato fino al 1982 e rese celebre la Sarfatti anche all’estero. Animò la “I Mostra del Novecento italiano”. Organizzò le interviste del presidente del Consiglio con la stampa estera, firmò articoli lusinghieri sul suo conto per giornali americani ed europei, gli riferì regolarmente i commenti dei giornali milanesi sulle principali questioni. Un inviato americano, che accostò entrambi, osservò: «Lui si beava del proprio potere. Lei, riconosciuta dai suoi luogotenenti come l’ispiratrice, si crogiolava nel riflesso della sua gloria, soddisfatta al pensiero di essere stata di stimolo a un superuomo e convinta dentro di sé che lui fosse in parte una sua creatura». La coppia clandestina comunicava attraverso messaggi cifrati, privi di saluti e firme. Il primo incontro a Roma costrinse il capo del governo a sgattaiolare di nascosto nell’albergo di Margherita e ciò mise in allarme i servizi segreti. Di ritorno da un viaggio a Londra, dov’era stato ricevuto da re Giorgio V, Mussolini giunse in treno a Milano e si recò in auto al “Soldo”.
Ma non furono soltanto rose e fiori. Gli impegni di Stato portarono il primo ministro a trascurare Margherita, che però doveva essere sempre a sua disposizione. «La delusione di lei e la possessività di lui – hanno chiosato gli studiosi Philip V. Cannistraro e Brian R. Sullivan – furono spesso motivi di furiosi litigi». Rabbia, rimorsi e rinnovati slanci amorosi si alternavano, rinnovandosi. Quando Mussolini si convinse a prendere una casa a Roma, i bisticci tra i due giungevano alle orecchie della servitù e proseguivano in francese anche in presenza di estranei. Il duce la tradì ripetutamente e, sia pure in minima parte, fu ricambiato con la stessa moneta da colei che, nel frattempo, era rimasta vedova: l’avvocato Cesare Sarfatti era morto di peritonite.
Vennero gli anni più cupi. Le leggi razziali non risparmiarono Margherita, che nel 1938 passò in Svizzera dal valico di Pedrinate. A Chiasso prese il treno per Basilea e, da lì, per l’esilio parigino. Tornò in Italia nel 1947, poi andò in Sudamerica, prima del definitivo rientro. Margherita Sarfatti riposa per sua precisa volontà nel cimitero di Cavallasca. La ricordano una lapide e la maschera ricalcata da una scultura di Adolfo Wildt, allegoria della “Vittoria”, che guarda verso il “Soldo”. Il buen retiro fu aperto al pubblico per un giorno, domenica 18 settembre 2011, nell’anno del 50° della morte di Margherita. In una tesi di laurea sulla figura della defunta, Simona Urso scrive: «Attraversò gli anni del riformismo turatiano, l’interventismo e il fascismo, mantenendo viva la propria immagine di donna pubblica e di intellettuale. Fuse mondanità, intellettualismo e compromissione con il regime: fu esemplare perché raccolse in sé le virtù della donna di cultura non provinciale e i vizi della intellighentia di regime, di cui fu un deciso intellettuale organico».

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