«Il mondo è un po’ più noi»: il cancro ai tempi del Covid

L'immagine di copertina del libro "Doppio laccio"

Le testimonianze di un gruppo di donne pubblicate in “Doppio laccio”

Mancava nella pubblicistica e nella letteratura del biennio pandemico un libro che va dritto al dunque già nel sottotitolo: “Il cancro al tempo del Coronavirus. Quando la malattia diventa risorsa”.
La lacuna è colmata da un volume, curato da Maria Grazia Rabiolo, che nel titolo esplicita invece questo “Doppio laccio” di cui danno testimonianza donne ammalate di tumore, per lo più ticinesi: il gruppo delle “Anna dai Capelli Corti”, con allusione agli effetti della chemioterapia. Il testo (200 pagine, edito da Casagrande, 25 euro, reperibile in libreria) ha la prefazione dello scrittore e medico lariano Andrea Vitali ed è una straordinaria bussola per la vita. Basta leggere cosa scrive Sabrina, una delle coautrici, riguardo allo stop imposto a tutti dal Covid-19, proprio come succede a chi riceve una diagnosi di cancro: «Le persone si stanno rendendo conto di cosa significhi la precarietà, l’importanza della salute, della famiglia, degli amici e perché no, di svegliarsi alla mattina per andare al lavoro. E non da ultimo l’importanza della qualità del proprio tempo e non solo della quantità».
È anche un inno alla vita che traballa. Nel libro viene riproposta la chat delle “Anne” e il lettore è preso dalla loro riflessione, semplice e immediata, che trascina nel parallelismo fra tumore e pandemia: paure, solitudine, abitudini che cambiano…
«Il mondo è un po’ più noi», osserva acutamente una di loro. E Olivia Santoro, oncologa di origine comasca, già primaria all’ospedale di Bellinzona nel Canton Ticino, aggiunge la chiave di lettura: quanto hanno passato o stanno passando queste donne dà loro una marcia in più.
Andrà tutto bene, si chiede un’altra Anna. «Andrà come decidiamo che debba andare, noi faremo del nostro meglio», è la risposta implicita e tutta all’insegna della resilienza.
“Doppio laccio” racconta tutte le differenze e le affinità tra malattia e pandemia, due patologie potenzialmente mortali. Il Covid per il “Gruppo Anna dai Capelli Corti”, che ha un sito (www.annadaicapellicorti.ch), è una sorta di “déjà vu”. La paura che provano tutti gli altri per il virus è osservata con un po’ di distanza. L’esperienza del cancro, a chi l’ha provata, ha dato forza interiore e senso del relativo. È come avere a che fare con reduci, però, per ovvi motivi, prive di nostalgia. Ma forti, esperte, pronte a fare la loro parte. Gente che sa distinguere letteralmente sulla propria pelle la differenza tra l’isolamento da chemio, con tutte le sofferenze che esso comporta, e quello da lockdown.
C’è anche meditazione: un’altra visione della vita e non solo per sé stessi, la voglia di essere più coscienziosi. O anche vivere ogni giorno nel migliore dei modi. Ma nulla di pedante, nulla di sovrastrutturato. Prevalgono la spontaneità e, nonostante tutto, la levità. La differenza? Può stupire, ma è a vantaggio del cancro. Nel caso del coronavirus, manca l’abbraccio che invece con il tumore c’era.
E il Covid, rievoca un’altra Anna, toglie tutto quanto non ha invece portato via la malattia oncologica. Per esempio, le quattro chiacchiere in sala d’attesa con altre pazienti, ora tenute separate.
Conquistano i due mesi di diario quotidiano: speranza, dolore, angoscia per un amico carissimo che alla fine, dopo una telefonata rimasta senza risposta, non ce la fa.
O la storia di un anziano papà che muore a casa e la figlia, privilegio raro, lo accarezza per l’ultima volta. Poi è portato via in un sacco di plastica. O il tumore durante il Covid, ma vissuto con i propri cari senza dover lavorare. Senza rinunciare a sognare. O la sala d’aspetto dei controlli oncologici, raro luogo dove nessuna si lamenta della minore libertà personale dovuta al Covid. O la speranza, mai così autentica e forte, di rivedere il mondo ancora fiorito e colorato.
Marco Guggiari

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