Il professore assassinato e la libertà di espressione

opinioni e commenti di agostino clerici

di Agostino Clerici

Quanto avvenuto venerdì in Francia, con il barbaro assassinio dell’insegnante Samuel Paty per mano di un rifugiato ceceno, è un’appendice violenta ai fatti del gennaio 2015, quando dodici persone persero la vita nella mattanza islamista seguita alla pubblicazione sul settimanale satirico “Charlie Hebdo” di alcune vignette di Maometto. Una ferita è stata riaperta e con essa anche un dibattito che la Francia fatica sempre ad affrontare. Naturalmente il vile attentato non ha alcuna giustificazione e va condannato senza se e senza ma.

L’insegnante da alcuni giorni era esposto ad un fuoco di fila da parte di alcuni genitori della scuola media in cui insegnava Storia e Geografia ma anche Educazione civica e morale, perché durante una lezione avrebbe mostrato alcune delle famose vignette su Maometto agli alunni, alcuni dei quali di religione musulmana. Forse il prof. Paty aveva anche cominciato ad aver paura, perché la vicenda, grazie alla Rete, era uscita dai confini della scuola di Conflans-Sainte-Honorine. Sta di fatto che, mentre la polemica era ormai innescata, è accaduto l’irreparabile.

Il premier francese Jean Castex ha dichiarato: «Nelle nostre scuole, ovunque i nostri insegnanti continueranno a risvegliare lo spirito critico dei cittadini». Parole condivisibili che riguardano la tutela della libertà d’espressione: essa deve essere garantita ed è un traguardo comunque raggiunto in una larga parte del mondo. Non è possibile accettare il ricatto psicologico che è connaturale a forme di violenza come quella perpetrata in Francia nei giorni scorsi. L’Occidente non deve assolutamente fare marcia indietro, anzi deve chiedere che il riconoscimento della Carta dei Diritti umani – in cui la libertà d’espressione va a braccetto con la libertà religiosa – sia un punto fondamentale per valutare l’idoneità di una nazione a far parte del consesso dei Paesi civilizzati.

Eppure questo principio non negoziabile deve poi disciogliersi nella realtà concreta e trovare le vie più intelligenti di attuazione. Ad esempio, non mi trovo assolutamente d’accordo con quanto dichiarato dall’ex primo ministro francese Manuel Valls: «Tutti i giornali adesso dovrebbero pubblicare le vignette su Maometto». Trasformare un fiammifero in una polveriera è socialmente imprudente ed è una inutile prova di forza. Soprattutto sul terreno educativo – che era poi quello in cui era impegnato l’insegnante ucciso – l’azione deve tendere ad includere piuttosto che ad escludere.

Mi spiego. Sembra che il prof. Paty abbia concesso la possibilità di uscire dalla classe a quegli alunni che potevano sentirsi disturbati dalla vista delle vignette. Esigenza giusta, quella del rispetto, ma coniugata nel modo sbagliato. Per assurdo, infatti, in una lezione sulla libertà d’espressione, fuori della classe rischia di trovarsi proprio chi ha più bisogno di imparare ad usarla. Il rispetto è il segno di una libertà che non è mai assoluta e inderogabile ma è sempre in situazione. Un rispetto che, però, deve essere inclusivo e non escludente. Magari è lento, ma così può guarire l’impulsività della libertà.

Bisognerebbe trovare le parole giuste per dire che la libertà d’espressione così intesa è sacrosanta. E forse trovare il coraggio di dire anche che quelle vignette non ne sono affatto una perfetta attuazione.

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