Il Viadotto e il discorso sul metodo

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di Marco Guggiari

Ogni volta che c’è una data, o è previsto un passaggio relativo a una delle tante situazioni problematiche cittadine scatta inevitabilmente il riflesso condizionato di ragionare sul perché e sul come. È il destino delle “incompiute”, delle vicende finite nelle sabbie mobili, dei guai di vario genere, per i quali Como offre un ampio e variegato campionario. In questi giorni è la volta del Viadotto dei Lavatoi in attesa di lavori di consolidamento, che pare inizieranno finalmente il mese prossimo. Ne ha scritto giovedì scorso su questo giornale il collega Giorgio Civati, evidenziando giustamente “la durata vergognosamente breve dell’opera” e chiedendo che qualcuno ne risponda. È così: inaugurato il 31 maggio 2003, il Viadotto dei Lavatoi è chiuso ai mezzi pesanti dal 4 luglio 2017 a causa dell’aggravarsi di problemi che, secondo l’inchiesta poi svolta, erano emersi fin dal 2008.

Adesso vivremo pesanti disagi almeno per un anno, tale è la durata prevista del cantiere, e possiamo tirare un respiro di sollievo sulla mancata tragedia, avendo negli occhi quanto è accaduto al Ponte Morandi di Genova, o più vicino a noi e con una sola vittima, al cavalcavia di Annone Brianza nel 2016.

Se però guardiamo avanti, dobbiamo interrogarci su alcune imprescindibili priorità che questo Paese sembra talvolta trascurare. Come si può garantire che le infrastrutture (e ognuno sa quanto anche Como ne abbia bisogno) siano di assoluta qualità? Questione di metodo, suggerirebbe Cartesio. E allora ricordiamoli i presupposti indispensabili per la buona riuscita e la durata nel tempo delle opere. La progettazione, l’esecuzione dei lavori e i loro responsabili devono essere eccellenti. Lo stesso deve naturalmente dirsi per i materiali utilizzati e per le verifiche periodiche, rigorose e tempestive che vanno garantite. La tempistica delle costruzioni, ma anche degli interventi di manutenzione deve essere certa, non opinabile e tirata come un infinito elastico.

Prendiamo in proposito un paio di esempi minori tra i tanti, visibili a tutti in città in questi ultimi mesi. È possibile che le strade di Como siano ridotte a un colabrodo, senza che si sappia quando i cento cantieri e cantierini aperti si concluderanno? O meglio, è accettabile che non si sapesse ancora prima del loro avvio quanto sarebbero durati? Finiranno quando finiranno, sembra l’unica regola implicita. È normale che gli orribili rappezzi rossicci scoloriti che tappezzano quasi tutte le sedi stradali del capoluogo dopo gli scavi per il 5G, le nuove tecnologie per la telefonia mobile, rimangano tali indefinitamente, quasi fossero un (poco) grazioso omaggio alla collettività?

E questi lavori per mettere in sicurezza il Viadotto dei Lavatoi dureranno effettivamente un anno (per la precisione si prevedono 313 giorni, ma arrotondiamo pure) o avranno una durata maggiore?

Non sarebbe il caso di inaugurare proprio in questa occasione un metodo? Se non per virtù, la giunta comunale lo faccia per interesse politico. Tra poco più di un anno a Como si voterà e arrivare con un pugno di mosche sui cantieri aperti, o ancora da aprire, non conviene proprio a nessuno.

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