Lettere

IN PARLAMENTO TANTI NUOVI GIOVANI DEPUTATI E SENATORI. UMILTÀ E VOGLIA DI FARE BENE PER BILANCIARE L’INESPERIENZA

Risponde Agostino Clerici

Per la formazione del nuovo governo siamo ancora in alto mare. Vedremo nelle prossime settimane cosa succederà. Tuttavia, dando un’occhiata ai nuovi eletti in Parlamento, devo constatare una sorta di radicale “cambio generazionale” nei vari partiti. Molti giovani, in gran parte laureati, con tanta voglia di fare, ma anche con poca esperienza politica e amministrativa alle spalle.
Condivido, quindi, quanto è stato scritto in queste settimane dai vari osservatori: oggi in Italia è troppo facile fare carriera politica anche perché è troppo spesso un percorso privo di esami, di percorsi di studio appropriati e di competenze specifiche acquisite con esperienza e fatica (che fine hanno fatto le vecchie scuole di partito? E che dire della gavetta fatta nelle sezioni, nei consigli di quartiere, nei consigli circoscrizionali e via elencando?).
Sarò pessimista, ma vedo all’orizzonte tanti “dilettanti allo sbaraglio”, abili in Internet e sui social network. Ma amministrare la cosa pubblica per il bene comune richiede forse ben altre competenze.

Francesco Paolo Nervi

La giovinezza e l’esperienza non vanno d’accordo, e si direbbe che è proprio per un problema di età. Quando si è giovani si è inesperti, e quando si diventa esperti ci si accorge di essere anche invecchiati. L’importante è – da vecchi esperti – voler donare la propria sapienza ai giovani. E da giovani inesperti ciò che conta è l’umiltà di imparare. Il teorema è questo, la realtà è purtroppo un’altra.
La nostra scena politica, poi, assomiglia a un territorio in cui le eruzioni s’alternano ai terremoti: la rissosità e il pregiudizio sono armi spuntate, ma proprio per questo rischiano di fare ancora più male.
Il lettore segnala il “cambio generazionale” del nuovo Parlamento che si è riunito venerdì: un dato in se stesso positivo, eppure non sufficiente a garantire la novità della politica.
A me ha fatto impressione ascoltare nella giornata inaugurale della Legislatura quella litania di «bianca, bianca, bianca…» nello scrutinio per l’elezione dei presidenti delle Camere. Una strategia politica o una caduta di responsabilità? La «fumata nera» delle schede bianche nei giorni in cui il Conclave per l’elezione del papa si è concluso in ventiquattro ore, mostra esattamente ciò che manca alla politica: nella Cappella Sistina si dice ci sia lo Spirito Santo, in Parlamento non abita più il Bene comune, che dovrebbe essere l’ispiratore di giovani e vecchi politici, indipendentemente dalla loro esperienza.
Questa latitanza, che riguarda trasversalmente e con lodevoli eccezioni tutti i partiti e i movimenti, a me pare il vero problema, che incrocia la richiesta che il nostro lettore fa di un iter della carriera politica che sia maggiormente segnato da apprendistato ed esami.
L’opportunità che vi siano scuole per insegnare l’arte di amministrare e governare è sicuramente auspicabile. A patto di non affidarsi troppo a una preparazione accademica perché, essendo la politica appunto un’arte, abbisogna di un approccio più vitale. Fare la gavetta in circoscrizione prima di arrivare al consiglio comunale e poi frequentare l’assemblea regionale prima di superare il portone di Montecitorio, potrebbe anche essere una buona idea. Utile, ma non indispensabile. Ciò che, invece, a me pare irrinunciabile è acquisire lo spirito del fare politica che è il Bene comune e lasciarsi prendere dalla passione di misurarsi con la realtà: due cose che a scuola non si imparano e che il cursus della gavetta non garantisce con quell’automatismo che si vorrebbe.
Certo, è lodevole l’umiltà del giovane che accetta di imparare e sbagliare in un ambito piccolo prima di cimentarsi in un contesto più complicato. Così come è encomiabile la sapienza dell’anziano che abbandona la scena, restando però dietro le quinte ad insegnare qualcosa alle nuove leve. Io resto convinto che, nel contesto attuale della politica italiana, la prima cosa da fare sia allentare il legame troppo stretto che esiste tra l’esercizio di una carica pubblica e il danaro: bisogna lasciarlo al livello di un onorevole stipendio, senza privilegi, regalie e vitalizi e, soprattutto, senza rimborsi elettorali.
Finché queste cose ci saranno, il rischio è che il movente dello scendere (o salire) in politica sia il fare una carriera finanziariamente redditizia per il presente e per il futuro. Invece la politica è solo servizio, che la si sia imparata nelle scuole di partito, o attraverso la gavetta delle istituzioni o anche entrando poco più che ventenni in Parlamento senza alcuna esperienza alle spalle. Se non si è entro questo orizzonte – ripeto: confronto con la realtà nell’ottica del Bene comune – tutto il resto è orpello secondario e non sostanza.
Ho il sospetto che le nozioni di «vecchio» e di «nuovo» siano applicate alle procedure o alle persone, invece che allo spirito del fare politica. Io non temo nei giovani ed inesperti deputati e senatori né la loro giovinezza né la loro inesperienza: mi fa paura la loro supponenza di cambiare la storia a colpi di mouse e con sedute di streaming, la loro pretesa di conoscere la realtà solo a partire dal mondo senza volti della Rete. Non temo il loro entusiasmo, che potrebbe anche trasformarsi in passione: ho paura della loro incoscienza, che potrebbe anche tramutarsi in clamorosa distanza dalle attese vere della gente.
A pigiare un bottone sono capaci tutti. Ciò che distingue gli uomini dai burattini è la libertà da ogni burattinaio e la responsabilità di una coscienza formata. Comprendo il pessimismo del lettore in questo momento, ma mi lascio portare anche dal vento della speranza.

16 marzo 2013

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