In questa casa le donne maltrattate tornano a vivere

altA colloquio con la direttrice del Centro di orientamento femminile di Montano Lucino
Marisa ha il sorriso ampio e occhi che parlano. Dirige con piglio sicuro la grande casa sulla collina di Montano. In giardino spicca un’automobilina di plastica rossa e si colgono altri segni della presenza di bambini. Uno di loro, avrà sì e no tre anni, compare all’improvviso durante la nostra chiacchierata. Vuole fare conoscenza mentre gusta un ciupa-ciupa che chiama “pappa”.
Gli ambienti sono arredati con massicci mobili d’epoca che rivelano una storia vissuta. Spicca il ritratto della

fondatrice, Adele Bonolis. Paolo, il pronipote e arcinoto conduttore tv, da piccolo trascorreva qui le vacanze e andava a caccia di lucertole nel parco. In ricordo della zia ha chiamato una figlia come lei.
Marisa è la direttrice. Non vuole essere fotografata per timore di apparire protagonista più che per paura, anche se in passato ha subito minacce. Qui hanno trovato ospitalità prostitute fuggite ai loro protettori e all’inferno della strada, donne maltrattate anche in famiglia, altre misere di tutto.
Per un’ora parliamo della vita che caratterizza la Casa di orientamento femminile e della straordinaria vicenda umana di Adele Bonolis. Alla fine del nostro colloquio, Marisa concede un’immagine dell’edificio, purché sia ripreso da lontano.
Com’è nata questa casa?
«In seguito alla Legge Merlin del 1958 che imponeva la chiusura delle case di tolleranza. Quelle ragazze non avevano più un luogo dove andare».
Adele Bonolis intuì questo bisogno e volle un luogo di accoglienza. Nata a Milano nel 1909, ultima di quattro figli di una famiglia borghese credente ma non praticante, portò sempre nel cuore la vitaccia di chi vendeva il proprio corpo.
Tutto iniziò quando Adele aveva solo otto anni. “Ero andata incontro a mio padre con l’ombrello, perché pioveva – ricordava – e in via Edmondo de Amicis, all’amgolo con corso Genova, c’era una prostituta sotto l’acqua, coi fiorellini in testa, come usavano una volta. La mia attenzione di bambina si è immediatamente rivolta ai fiorellini, ma anche a questa donna così esposta sotto l’acqua. Avvicinandomi a lei e sorpassandola, mi sono voltata. Mio padre mi ha dato un potente ceffone e mi ha detto: queste donne non si guardano”. Per Adele iniziò il problema di capire perché. Da grande risolse il dilemma. Si laureò in filosofia all’Università Cattolica; poi scelse il prossimo e la carità come ambito d’azione.
Dapprima utilizzò una casa avuta in comodato d’uso a Onno, sul ramo di Lecco del Lario. «Poi – racconta Marisa – per caso o per la Provvidenza ebbe la possibilità di usare questa villa. Una famiglia milanese l’aveva messa in vendita, ma servivano cinque milioni di lire dell’epoca. La sera prima della stipula del compromesso quei soldi non c’erano. Ma arrivò un ingegnere, amico di Adele, il quale disse che voleva aiutarla. Si presentò con un assegno sul quale era scritta la cifra di cinque milioni… Nel 1960 avvenne l’inaugurazione».
Le case che fanno riferimento all’opera di Adele Bonolis, in realtà sono quattro. Oltre a quella di Montano, ce n’è una a Lenno per persone con problemi psichiatrici; una a Cibrone, nel Comune di Nibionno, per donne che escono dal carcere; una a Vedano al Lambro, per ex carcerati di sesso maschile. «In tutte queste strutture – spiega Marisa – la prima regola è l’accoglienza e solo dopo reperire i fondi necessari, cosa peraltro oggi difficile…».
Quante ospiti avete qui adesso?
«Attualmente 21 donne, più alcuni bambini che sono i loro figli». Marisa lavora qui dal 1989. È una delle sette dipendenti della struttura. «Poi, però – dice – ci sono amici che condividono la vita della casa. Dire “volontari” sarebbe parola troppo scarna. Qui si diventa amici e non ci sono orari…».
Come si entra in contatto con voi?
«Attraverso i servizi sociali, tribunali, forze dell’ordine, contatti personali».
Quanto tempo si può restare?
«Non c’è limite di tempo. Adele aveva un motto: “Riabilitare l’amore”. Vuol dire riacquistare serenità, trovare un lavoro… Si decide insieme quando finisce il tempo della permanenza, ma non c’è mai un taglio netto. Fuori queste ragazze non hanno una rete e se trovano lavoro, ci lasciano i bambini, soprattutto al pomeriggio…».
Qual è la condizione per venire qui?
«Nel tempo si è ampliata: è il disagio sociale, la violenza subita, l’esigenza di protezione, la povertà estrema… Penso a mamme sole che perdono il lavoro. Bisogna aiutarle a riemergere».
Com’è cambiato nel tempo il fenomeno prostituzione?
«Molte ragazze oggi sono sulla strada per scelta e non più perché costrette, o – se straniere – rapite o ingannate. Inoltre, prendono più soldi rispetto al passato».
È anche questo il motivo per cui non accogliete soltanto prostitute?
«Abbiamo sempre convissuto anche con altre problematiche: il maltrattamento, le adolescenti violentate da familiari. Da un paio d’anni è raro che vengano qui prostitute. Prevalgono le altre tipologie, più le ragazze profughe».
Come si vive qui?
«Come in famiglia. E per ogni ospite c’è un progetto. Ci sono insegnanti che danno lezioni a casa nostra. C’è un bel giro di disponibilità all’aiuto. E le ragazze si impegnano anche nei lavori domestici: se mi vedono lavare i piatti, capita che mi spostino di peso. Vogliono farlo loro. Non è un riconoscimento al ruolo che ho, ma anche questa, a suo modo, è dignità».
Quando le ragazze se ne vanno, cosa succede?
«Il contatto resta. Una di loro era incinta e ha avuto la bambina mentre si trovava qui. Quando è andata via, è tornata per festeggiare con noi il primo compleanno della figlia».
Può raccontare, tra i tanti, un episodio che l’ha colpita?
«Mi colpisce la Provvidenza quotidiana. Riceviamo aiuti dalle persone più disparate e oggi ce n’è tanto bisogno. Non sono tempi di abbondanza. Nei casi specifici, ricordo una ragazza del giro della prostituzione. Aveva diciannove anni ed era incinta del suo protettore. Ha deciso di tenere il bambino. Sulla “strada” aveva conosciuto un italiano. Quando il piccolo è nato, lui l’ha riconosciuto. Si sono sposati e hanno avuto altri due figli. In ventitré anni ho visto passare almeno seicento donne e la maggior parte di loro ha trovato soluzioni positive per la propria vita. Pochissime sono fuggite dal nostro cancello e, comunque, la libertà viene prima di tutto».
È sempre stato così, per volere della fondatrice. Lo spiega Jole Bevilacqua nella biografia di Adele Bonolis: “Niente regole rigide, grembiuli, divise, orari, campanelli, controlli… Ogni ospite viene accolta festosamente e lasciata poi in pace. Semplicemente in pace, libera di dormire, fumare in continuazione, poltrire, o anche di essere triste e silenziosa”.
Avete mai avuto problemi con malintenzionati?
«In passato sì. Alcuni protettori avevano scoperto dov’era ubicata la nostra casa. Qualcuno mi ha seguito e minacciato. Io non mi sono mai lasciata intimidire. Forse sono incosciente. E poi le forze dell’ordine ci danno un grande aiuto, sono molto presenti».
Adele Bonolis è morta nel 1980. Il 4 dicembre 2003 si è conclusa a livello diocesano la sua causa di beatificazione e gli atti del processo sono stati trasmessi a Roma. Un giorno, forse, sarà santa.

Marco Guggiari

Nella foto:
Un’immagine di Adele Bonolis, la fondatrice della Casa di orientamento femminile

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