Indignazione e consapevolezza della realtà

opinioni e commenti di lorenzo morandotti

di Lorenzo Morandotti

Ci si incatena e si scende in piazza, colorati e rumorosi, oppure silenti e distanziati socialmente, per motivazioni ritenute sacre e condivisibili, ed è uno dei pilastri della democrazia poterlo fare nel rispetto delle regole che ci distinguono da regimi repressivi e forme di vita meno complicate.

Ma ci sono vari livelli di consapevolezza della realtà. Prima della pandemia di Coronavirus ci si scatenava in cortei e proclami per difendere il pianeta, e ancora una volta la parte più indifesa e al tempo stesso carica di energie positive da spendere, i giovani, si era mobilitata sulla scia del successo globale di Greta Thunberg  e del suo movimento di opinione.

Dopo la pandemia, accantonata l’urgente questione ambientale (che della stessa pandemia è una concausa), fatti i conti, ci si è armati di pazienza e concretezza per protestare non più per il futuro del pianeta –  perché nella cosiddetta fase due e nelle successive l’obiettivo primario è produrre e consumare come prima più di prima, come dice la nota canzone – ma per obiettivi più reali che hanno nome, cognome e indirizzo: uno spazio pubblico la cui gestione è da riformulare (il chiostrino Artificio di Como), il destino dei teatri e dei teatranti del nostro territorio, in crisi nera.

Sacre argomentazioni, del tutto condivisibili a mio modesto avviso.

Ma l’armadio degli scheletri locali in termini di inefficienze, crisi e degrado offre tanti altri  nomi, cognomi e indirizzi.

Perché chi scende in piazza e alza giustamente la voce non lo fa, giusto per fare un esempio, anche per i musei di Como che non hanno un direttore (non è una carica prevista dall’organico e probabilmente mai lo sarà) in una città che tromboneggia sul suo ruolo di polo turistico-culturale, e perché non lo fa ad esempio per la cartellonistica da migliorare (ed è un eufemismo), o per la biblioteca di Como che manca di spazi, ha una accessibilità e vivibilità da migliorare (eufemismo) e quando va bene viene vista come parcheggio per studenti e non certo come centro di produzione culturale?

Domande retoriche, la crisi porterà ben altre sfilate, forse code all’assistenza pubblica per sfamare gli indigenti.

Eh già, ma anche su questo ci si indigna un po’ poco.  

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