La bellezza salverà anche il lungolago

Lo straordinario spettacolo offerto dalla diga foranea in una giornata di inizio agosto
Al limitare del cantiere, su una delle reti che chiudono allo sguardo dei pedoni parte dei Giardini a lago, mani ignote hanno affisso un cartello ad altezza d’uomo con una breve frase: «La bellezza ci salverà», concetto che Fedor Dostoevskij mette in bocca al principe Mi?kin nelle pagine di uno dei suoi romanzi più belli: L’idiota.
“La bellezza salverà il mondo”, era l’auspicio del personaggio di Dostoevskij. Ed è facile presumere che il foglio bianco appeso sul lungolago auguri proprio questo: una sorta di palingenesi della città che faccia leva sulla bellezza, il patrimonio più importante che Como possiede e che nessuno sarà mai in grado di portarle via.
Il “viaggio” in città del Corriere di Como è ormai giunto quasi alla fine. La provvista di immagini e di sensazioni raccolte durante le varie tappe è stata considerevole.
Lungo il percorso – il cui andamento non sistematico né preordinato non ha ovviamente esaurito ogni angolo e ogni spazio visitabile – sono emerse almeno tre Como diverse tra loro: la città-memoria, quella in cui si sono iscritte nel tempo le tracce della storia collettiva e delle storie individuali di ciascuno; la città-incontro, quella in cui uomini e donne si riconoscono vicendevolmente, fatta in particolare di luoghi simbolo; e la città-finzione, quella composta di immagini artificiali, di rappresentazioni che si discostano dalla realtà.
Il lungolago è la sintesi quasi perfetta di queste tre Como. Punto di arrivo praticamente obbligato di turisti e vacanzieri, è molto amato anche dai residenti. È un luogo ricco di memoria e di storia, ma è anche – purtroppo – un pessimo esempio di cattiva programmazione e di cattiva politica. La ferita inferta con il cantiere delle paratie mobili resterà per un tempo indefinito nella mente e nei cuori dei comaschi. Vissuto come un oltraggio, è diventato nel tempo un incomprensibile torto. Qualcosa di inaccettabile.
E a lenire la pena non basta certamente il generoso intervento degli “Amici di Como”, che hanno riaperto (pure se provvisoriamente) la passeggiata, ripetendo quanto fatto in precedenza dal campione del mondo Gianluca Zambrotta. Non senza involontaria ironia, sulla staccionata sono tuttora collocatati, sebbene ormai sbiaditi, i cartelli che indicavano le 10 “tappe” del cantiere delle paratie.
Tutto è rimasto ovviamente senza futuro. E fa sorridere – è un eufemismo – il «pensiero costruttivo» che stava alla base del progetto. Offuscato, alla luce dei fatti, da molti problemi. Le ragioni di questo insuccesso sono molteplici. Una cosa è però chiara: i pannelli appesi anni fa non hanno più alcun senso e andrebbero rimossi.
Chi dovesse fermarsi a leggerli, facendo attenzione a non inciampare sulle gobbe o nei buchi del marciapiede di porfido sconnesso, non potrebbe che sorridere. O indignarsi.
C’è stato chi ha parlato in passato di «retorica pedonale», proprio pensando alle città dove ancora si cammina e dove «si possono comporre le passeggiate come si scrive un libro». Nella retorica pedonale del lungolago stona in maniera stridente tutto ciò che era stato promesso e non è mai stato realizzato. Anche per questo, forse, ha ragione chi sostiene che oggi la città che si affaccia sul primo bacino del Lario è una sorta di spazio di transizione tra l’attesa e la delusione. L’attesa di riscoprire la magia dei colori del lago, la delusione di toccare con mano una realtà sottosopra.
Tuttavia, nonostante gli errori e le scelte sbagliate, l’ampiezza del paesaggio che caratterizza il lungolago partecipa di una molteplicità di prospettive molto più generosa di quanto sia possibile immaginare. Nemmeno un cantiere come quello delle paratie è in grado allora di annullare del tutto l’incanto che sprigiona dalla bellezza della città e che proietta l’immagine della stessa nello specchio d’acqua da cui è circondata.
Bastano pochi passi, in direzione della diga foranea. E ogni cosa torna al suo posto. Il lungo corridoio panoramico è intitolato a Piero Caldirola, scienziato morto nel 1984 a 70 anni e fondatore della scuola italiana di fisica teorica dello stato solido, oltre che appassionato studioso d’arte e dell’astrattismo, in particolare. E permette di ritrovare – inattesi – luoghi familiari ritenuti persi. Risveglia, forse, la malinconia. Rimanda a un passato che non ritorna. Ma in qualche modo aiuta anche a prendere le giuste distanze dal tempo e dallo spazio. Soprattutto in una giornata di fine luglio in cui il sole torna a farsi sentire dopo settimane di pioggia e il lago è così alto da lambire le ringhiere. Ci sono rari istanti, diceva Stendhal, per cui vale la pena vivere. Sono istanti che vanno vissuti, non raccontati. Stare al centro della diga è uno di questi momenti. Uno spettacolo straordinario. Come veleggiare al largo (sapendo però di avere i piedi ancorati alla terra). La sensazione di libertà è piena. Lo sguardo abbraccia d’un colpo le ville storiche di via per Cernobbio, il Tempio Voltiano, la città con la cupola del Duomo, la Funicolare, la collina di via Torno. Ed è bizzarro che il lungo corridoio che taglia in due il primo bacino sia praticamente deserto, eccezion fatta per un paio di annoiati pescatori. Stranezze dei circuiti turistici cittadini, i cui flussi sono sempre difficili da comprendere ma facili da determinare. La suggestione, poi, non si ferma alle luci e ai colori. Uno strano rumore accompagna i passi sulla diga. Un clangore continuo provocato dal rollio e dal beccheggio che scuotono le alberature delle barche a vela. Una specie di scampanellio, che aiuta anche a misurare le distanze.
Ai due lati estremi del lungolago, lo scenario è molto diverso. E rappresenta icasticamente la realtà odierna di Como. Ordine e confusione. Bellezza e trasfigurazione. A pochi passi da Sant’Agostino, una sorta di seconda diga costruita con le palancole avverte che qualcosa, lì, deve cambiare. Che cosa sia, non è chiaro. La rete di protezione permette di osservare il lago ma non riesce a convogliare lo sguardo apparentemente indifferente dei passanti. Qualcuno ha apprezzato la sostituzione della palizzata con la rete, ma quest’ultima è diventata inevitabilmente metafora della gabbia che imprigiona la bellezza della città.
Dalla parte opposta, la la “Passeggiata Lino Gelpi” mantiene intatta il suo fascino. Anche qui le scalinate che digradano verso il lago sono quasi completamente sommerse, ma i saliscendi che costeggiano i grandi parchi di Villa Saporiti, di Villa Gallia e di Villa Parravicini sono ben tenuti, puliti. Persino accoglienti. Lo storico battello “Patria”, ormeggiato di fronte al Monumento ai Caduti del mare, attrae i curiosi.
L’unica nota stonata sono i cassonetti dei rifiuti a pochi metri dall’ingresso di Villa Olmo. Con un po’ di fantasia si poteva fare meglio.

Nella foto:
I pannelli informativi del nuovo lungolago ormai sbiaditi e privi di significato, alla luce di quanto accaduto in tutti questi anni (Fkd)

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