La croce della pandemia e la via nuova

opinioni e commenti di agostino clerici

di Agostino Clerici

La Pasqua è una festa che dura otto giorni. Una stranezza dal punto di vista cronologico, per cui si continua a ripetere «in questo giorno» per tutta la settimana. Si gioca con il tempo al servizio di un messaggio insieme teologico e pastorale (di cui qui non parleremo). Mi basta ricordare che molti cristiani se lo sono dimenticato e vivono la Pasqua come se fosse la questione di un giorno festivo del calendario, da celebrare nello spazio di una Messa. Anzi, da quando imperversa la pandemia, senza nemmeno quella!

Per chi ha fede nella testimonianza degli apostoli, tutto cominciò di mattino presto con il passo mesto di alcune donne che andavano a compiere un gesto funerario: ungere di oli aromatici il cadavere di Gesù, secondo le usanze degli ebrei. Fu impossibile perché il corpo non era più nel sepolcro. Era stato trafugato dai suoi amici come sostennero le autorità religiose? Ipotesi non provata e poco convincente, a cui però moltissimi lungo la storia hanno creduto. Ma molti di più sono quelli che hanno creduto nella risurrezione di Gesù. Ipotesi, questa, anch’essa non provata e nemmeno storicamente provabile.

La fede cristiana, dunque, poggia su un fatto che non può essere dimostrato. Ma la risurrezione di Gesù è in buona compagnia: le cose più importanti della vita dell’uomo non sono razionalmente dimostrabili (l’amore e l’amicizia, ad esempio). Ci vuole di già la fede per credere nella risurrezione, e non è vero invece il contrario. Nessuno potrà mai raccontare che cosa sia successo nel sepolcro e come esso si sia svuotato. Ci si può solo fidare di Pietro e degli altri discepoli che dicono di aver visto Gesù – lo stesso che era stato crocifisso – vivo con il suo vero corpo.

Liberissimo di non crederci, ma se ci credi, la risurrezione è un fatto che ha a che fare con la croce e che sconvolge la tua vita nel profondo. Per cui paradossalmente i credenti nella risurrezione sono ovunque.

Parafrasando sant’Agostino, ve ne sono molti che credono nella risurrezione e che non stanno nelle chiese, e molti che, pur andando a Messa, di fatto non credono nella risurrezione. Ho infatti la sensazione che parecchi cristiani siano riusciti a compiere il gesto funerario delle donne: esse non hanno potuto imbalsamare il Crocifisso, costoro hanno imbalsamato il Risorto depotenziando la Pasqua della sua carica esplosiva e riducendola ad una semplice data del calendario, che non cambia nulla nella vita di tutti i giorni.

Si può dire che in questo tempo difficile la risurrezione dà forma al desiderio – magari inconsapevole – di tanti uomini e donne che si sono trovati addosso la croce pesante della pandemia e l’hanno portata sino in fondo, nell’accettazione e nella dedizione, nella solitudine che fa sentire abbandonati e nella solidarietà che dà la certezza di essere curati e amati. Le sofferenze inflitte dal Covid sono molteplici, soprattutto di ordine antropologico ed economico, e tutte contengono un anelito di rinascita.

Possiamo parlare allora di corrispondenza – quasi di connaturalità – della risurrezione con questo bisogno di uscire dalla prova tremenda che stiamo vivendo? Forse sì. Ma risurrezione non è tornare indietro alla vita di prima, è intraprendere una via nuova. Si tratta di uscire e andare avanti.

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