La decisione: l’obbligo dei test in dogana non vale per i frontalieri

Dogana di Ponte Chiasso, frontiera, confine con la Svizzera

L’obbligo di presentare un test negativo non più vecchio di 72 ore all’ingresso in Svizzera non vale per i frontalieri e in generale per gli italiani, a meno che non arrivino nel Paese rossocrociato in aereo. Il Consiglio Federale, da Berna, ha sgomberato ieri il campo su una questione che i partiti anti-italiani del Canton Ticino stanno cavalcando ormai da settimane. Niente test rapidi alla frontiera per chiunque si muove in auto. Nessun rischio code in dogana. Ma per chi non arriva in treno o pullman? Dall’8 febbraio, anche per i viaggiatori dall’Italia ci sarà l’obbligo di registrarsi su un portale e fornire i dati dei contatti.
Anche questo provvedimento non vale però per i territori di confine, come la Lombardia e il Piemonte, regioni di scambio economico, sociale e culturale con la Svizzera.
«I frontalieri non sono toccati da questo obbligo. Effettuare i test rapidi è anche una questione di organizzazione – ha commentato il consigliere federale con delega all’Interno Alain Berset – e non è possibile attuare la misura per i frontalieri all’entrata del nostro Paese. Chi viene da una regione a rischio può presentare un test Pcr negativo, ma per chi vive alla frontiera e lavora in Svizzera non è fattibile».
Scampato così il termine dell’8 febbraio, ma la situazione dei confini potrebbe cambiare qualora aumentasse la diffusione del virus in Italia o in Lombardia. La Svizzera continua a considerare a rischio alto di contagio una serie di Paesi stranieri, ma anche dei territori regionali, dalla Costa Azzurra e la Provenza in Francia, alla Sassonia in Germania e in Italia Emilia Romagna, Friuli e Veneto. Il Consiglio federale ha inoltre deciso di ridurre i giorni di quarantena, da dieci (a partire dall’ultimo contatto con il paziente positivo ) a una sola settimana «a condizione che la persona interessata risulti negativa a un test», precisano.
Dal 1° febbraio sono inoltre previste multe tra 50 e 200 franchi svizzeri per chi trasgredisce le regole anticovid, come non portare la mascherina sui mezzi pubblici o organizzare eventi.
Il no all’obbligo di tampone per i frontalieri ha portato immediate reazioni politiche.
«Non solo sarebbe stata una vera e propria vessazione, ma non sarebbe stato nemmeno risolutivo nella lotta al contagio, come già fatto notare da Ats Insubria», ha dichiarato Angelo Orsenigo, consigliere regionale del Partito Democratico. «Ora – aggiunge – è urgente trovare strumenti condivisi sui temi sanitari e della pandemia: un passo importante sarebbe istituire un tavolo all’interno della Regio Insubrica in cui Regione Lombardia e Canton Ticino possano confrontarsi in modo permanente sui protocolli per proteggere i cittadini, italiani e svizzeri. Adottare approcci e contromisure non sincronizzati – conclude Orsenigo – sarebbe ora controproducente se non pericoloso per il benessere delle nostre comunità».
Meno soddisfatto Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato del Canton Ticino, che ai microfoni della Rsi dichiara delusione e preoccupazione e torna a parlare della variante brasiliana riscontrata dall’Ats Insubria in provincia di Varese.
«Si riconosce il problema ma non si propongono soluzioni – ha dichiarato – La mobilità transfrontaliera contribuisce alla diffusione del virus».

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