La difficile sfida di affrontare un nuovo anno tenendo vive la memoria e la nostra coscienza

Risponde
Agostino Clerici

Mi piacerebbe tracciare con il suo aiuto una breve classifica dei fatti, positivi e negativi, che hanno segnato la cronaca nel 2013. Nel mondo, in Italia e nella nostra piccola realtà.
In questa ipotetica classifica non posso non mettere ai primi posti la guerra in Siria, l’immagine dell’abbraccio di due Papi, la tragedia di Lampedusa e – sul Lario – la disoccupazione e la criminalità in crescita, ma anche il recente gesto eroico dell’uomo che ha salvato il piccolo caduto dalla finestra a Cantù.
Non un semplice esercizio “didascalico”, ma un modo di tenere viva la memoria – e soprattutto la nostra coscienza – di fronte a un 2014 che si preannuncia un anno comunque difficile per tutti, ma che non ci deve mettere in ginocchio.

Il nostro lettore non si senta snobbato e deluso. Non farò alcuna classifica di fatti. Nei prossimi giorni ne troverà più d’una su giornali e televisioni.
Inevitabilmente questi resoconti annuali fanno sottolineature troppo forti ad avvenimenti che non lo meritano o dimenticano fatti meno eclatanti che però hanno avuto un ruolo importante.
Comunque sia, stilare una classifica dei fatti di un anno finisce con l’essere comunque un “esercizio didascalico”, che rischia di finire dentro una logica di lettura calcistica della storia in cui il campionato l’ha vinto uno solo.
Mi piace assai più l’auspicio espresso nella lettera, cioè quello di “tenere viva la memoria e soprattutto la nostra coscienza”.
Questo sì è veramente decisivo, prima e aldilà di ogni classifica. La memoria e la coscienza mi sembrano, invece, due realtà fortemente a rischio.
La memoria storica è fondamentale, ma non tanto come esercizio episodico – da fare nella baldoria della fine di un anno – quanto come pratica quotidiana. Fare memoria significa saper mettere da parte, ogni giorno, il senso di ciò che accade. E per fare questo occorre avere un quadro di riferimento.
A me piace usare un verbo dal significato profondo: meditare. Che non è occupazione riservata al monaco o all’eremita, ma è attività sopraffina dell’uomo e del cittadino.
Meditare è l’azione che si compie, mettendo insieme le tessere di un mosaico o di un puzzle: per farlo bene occorre avere davanti agli occhi il quadro d’insieme che si vuole costruire, e già così, talvolta, è difficile, perché alcuni spazi sono dello stesso colore e i tasselli sembrano tutti uguali.
Ecco perché una memoria storica si costruisce non una volta per tutte, ma giorno per giorno, trovando il coraggio di aggiornare le scelte, proprio grazie ai nuovi fatti che accadono, alle nuove intuizioni e riflessioni che i fatti suscitano.
Il contrario della meditazione è la dissipazione, e mi pare che il mondo d’oggi – così segnato da velocità e superficialità – sia purtroppo una scuola di dissipazione. Di valori e di persone. Si butta via con una facilità incredibile. Si sciupa il progresso sociale dentro una trama di capricci individuali.
Il famoso quadro d’insieme del puzzle lo coglie la coscienza. Si badi bene: non lo crea, lo coglie soltanto. La coscienza è questa qualità squisitamente umana – il mio gatto non ce l’ha proprio – che ci permette di filtrare la storia stessa e di trattenere ciò che è buono.
Talvolta sento dire che oggi “non c’è più coscienza” e intuisco che i sostenitori di questa tesi credono che in passato ce ne fosse di più.
Non so se hanno ragione. Certamente oggi la coscienza si riduce sempre più ad un pericoloso “secondo me”, che è inevitabilmente fonte di conflittualità.
Ma forse oggi c’è una maggiore consapevolezza rispetto al passato della necessità di un dialogo costruttivo. Tener viva questa memoria e questa coscienza è un giusto proposito per finire un anno, senza dovere per forza già? finire in ginocchio all’inizio del nuovo anno!

Luigi M.

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