La domanda in attesa di risposta: chi paga?

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di Marco Guggiari

La vicenda fantozziana del bando sbagliato per la bonifica dell’area ex Ticosa è un punto di non ritorno. Scrivevano una settimana fa che per la soluzione di questo grande problema aperto da decenni in città si torna sempre alla casella di partenza, come in un perverso Gioco dell’Oca che obbliga a un’estenuante coazione a ripetere.

La realtà si è subito incaricata di superare in senso peggiorativo le analisi critiche. Il bando dovrà essere rifatto, tutto ricomincia da zero e questo quinquennio amministrativo tra un anno giungerà al termine senza che sia servito a nulla: il terreno di via Grandi sarà ancora lì, abbandonato, deserto e inquinato di amianto.

Il grande Totò, in una delle sue maschere più efficaci, direbbe: “E io pago!”. Sì, i comaschi pagano, in termini di denaro e soprattutto di tempo perso, di inconcludenza, di frustrazione, di mancate opportunità d’uso degli spazi di via Grandi-viale Roosevelt, di immagine indecente. Sono questi, insieme con il rischio di un’inaccettabile rassegnazione, il danno emergente e il lucro cessante che la giurisprudenza è solita valutare e quantificare dal punto di vista economico. Ingenti, l’uno e l’altro.

Ma all’affermativo grido di dolore dell’indimenticabile Totò dobbiamo aggiungerne un altro, uguale e contrario, per una condivisione minima di questi costi. Un interrogativo in attesa di risposta: “Chi altro paga?”.

Spiace essere arrivati a questo punto, ma l’incredibile situazione in cui siamo stati messi richiede atti di scuse sostanziali e almeno parzialmente riparatori. Gli errori compiuti sono gravi ed erano evitabili, se solo si fossero osservate con l’atteggiamento del buon padre di famiglia le regole del bando in tutte le sue fasi. Gli effetti di tali regole si chiamano adempimenti, verifiche, spunta di norme e documenti, sovrapponibilità tra quanto è chiesto e quanto è fatto. Elementare. Non è avvenuto e non è la prima volta, se solo si pensa all’onda lunga del pasticcio che parte da lontano sull’area dell’ex tintostamperia, ma anche, un po’ meno da lontano, nel caso del Viadotto dei lavatoi e, più da vicino, dei finanziamenti persi per i giardini a lago, o della situazione in cui versa la piscina di Muggiò. Tanto per limitarsi a pochi esempi.

Le responsabilità, come sempre accade in ambito pubblico, sono di due tipi: politica e tecnica, quindi degli amministratori eletti e degli uffici. Da non prendere, gli uni e gli altri, tutti insieme facendo di ogni erba un mazzo. Non assumersi responsabilità e non prevedere conseguenze in questo caso, però, farebbe perdere credibilità all’istituzione comunale. Sarebbe uno schiaffo insopportabile in faccia ai cittadini che si aspettano nomi, cognomi, dimissioni e provvedimenti disciplinari.

In pari tempo deve venire l’esame delle cause. Perché si sbaglia in modo tanto macroscopico? L’ente municipale manca di un capo di gabinetto a tempo pieno e questo è un primo indizio importante. In proposito, a causa dell’altro pasticcio che si è verificato all’avvio di questa amministrazione, con nomina, revoca e strascichi giudiziari su una figura tanto cruciale, ci sono stati solo incarichi a tempo o supplenze. Un vuoto pieno di conseguenze.

Quanto agli uffici, è inspiegabile agli occhi di tutti ciò che è avvenuto. Le professionalità non mancano, ma questa è un’imbarazzante e doverosa occasione per un’indagine rigorosa e una messa a punto davvero indifferibile.

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