La lezione per il tessile: filiera più corta

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di Giorgio Civati

Impareremo qualcosa? Dal Coronavirus, intendiamo, potremo uscirne migliori? Lasciando ai filosofi e comunque a quelli più saggi di noi le risposte sulle paure profonde dell’uomo, sulla vita e la morte ma anche più banalmente sulla impossibilità di andare in palestra o a fare l’aperitivo, tutte cose rimesse brutalmente in discussione di questi tempi, proviamo a riflettere su una minuscola parte del problema, e cioè se l’economia e più specificatamente il tessile-abbigliamento impareranno qualcosa, cambieranno dopo questa crisi.

Primo aspetto: la sempre maggiore interdipendenza di tutto il mondo, comprese filiere come quella della moda e del fashion. La globalizzazione, che ora è in crisi profonda. Tra forniture di materie prime, lavorazioni e vendite la “roba” viaggia più volte in giro per il pianeta. Guardiamo a casa nostra: i filati? La seta arriva dalla Cina, il cotone dall’Egitto, le fibre chimiche da un po’ ovunque, Giappone così come Cina o Stati Uniti.

Ipotizziamo che il tessuto sia made in Como. Venduto a Milano oppure a Parigi, ma forse pure negli Stati Uniti o in Oriente. E la confezione? Spesso in Bangladesh, perché è lì che costa meno, o chissà dove.

Per realizzare una gonnellina o una camicia, dunque, il giro del mondo è assicurato almeno un paio di volte dal momento dell’idea alla vendita in negozio.

Un via vai planetario dettato da questioni economiche, alla ricerca del prezzo più basso per ogni passaggio produttivo, che ha sicuramente una sua logica ma che in queste settimane sta evidenziando anche tutti i suoi limiti. Inaspettati fino a ieri, perché chi immaginava che il mondo potesse rallentare, quasi fermarsi?

Per questo, da comaschi decisamente e spudoratamente di parte, ci piacerebbe che il comparto della moda facesse tesoro di quanto sta accadendo. Che stilisti e grossi gruppi del fashion riflettessero  sul valore, non monetario ma comunque innegabile, di una filiera il più corta possibile, con fornitori e lavorazioni e messe a punto stilistiche e produttive “vicine”, anche se più costose.

Per interesse, il settore potrebbe anche rivedere certe sue impostazioni, ridare lavoro a pezzi di industria più creativi, affidabili, rapidi e vicini ma ovviamente più cari di altre aree del pianeta.

In un mondo ideale, potrebbe anche succedere. A tutto vantaggio della vecchia Europa, dell’Italia, di Como. E, però, siccome un mondo ideale non esiste, lo speriamo ma ci contiamo poco.

Ve li vedete big come Lvmh o Kering, i gruppi francesi che hanno in portafoglio qualche decina dei marchi più famosi al mondo , accettare di guadagnare un po’ meno per comperare più stoffe italiane anziché cinesi? O Dolce & Gabbana, Armani ecc.?

Improbabile e quindi, passata l’emergenza, difficilmente resteranno strascichi positivi.

Del resto anche noi, tutti noi, come consumatori, mica ci facciamo tanti problemi di coscienza quando decidiamo i nostri acquisti: automobili coreane o giapponesi, elettronica americana ma con il “cuore” made in China, cibo che ha trascorso più ore in aereo che nelle stalle o sui campi.

C’è poco da illudersi, passerà anche il Coronavirus e cambierà ben poco.

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