Mettiamo la chiesa al centro del villaggio

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di Mario Guidotti

I francesi dicono “mettere la chiesa al centro del villaggio”, che significa riabilitare certi valori dopo un periodo di appannamento, oppure anche rimettere in ordine la scala dei valori. Ne parliamo a proposito della Sanità italiana così messa sotto pressione in questi giorni difficili e tanto richiesta, tanto omaggiata e incensata, adesso. Premettiamo che non c’è alcun intento polemico, per niente, non è questo il momento. Ora si rema tutti nella stessa direzione con la massima forza.

Per le polemiche e rimostranze ci sarà un tempo. Non ora. Il Sistema Sanitario italiano, che a fatica sta reggendo con onore alla tempesta perfetta, ha subìto negli ultimi anni 37 miliardi di decurtazioni, 25 nel quinquennio 2010-2015 nelle varie manovre finanziarie, ed oltre 12 tra il 2015 e 2019. Tagli che hanno comportato inevitabilmente conseguenze sui livelli di assistenza: 359 reparti e 70.000 posti letto chiusi, numerosi ospedali lasciati colare a picco o riconvertiti in riabilitazioni e lungodegenze.

Mancano posti letto per l’emergenza coronavirus? Vi meravigliate? Servirebbero già in condizioni normali, cioè per le epidemie influenzali stagionali. I dati Ocse mettono l’Italia sotto la media europea per la spesa sanitaria pubblica. Siamo davanti a poche nazioni orientali e dietro a Spagna, Portogallo, Grecia, nazioni con la quali ora ci misuriamo, e che rispettiamo beninteso, mentre i nostri medici pubblicano in competizione con i colleghi americani, inglesi e francesi sulle maggiori riviste scientifiche mondiali, e sono richiesti in tutto il mondo.

In Italia siamo arrivati, dopo le cure da cavallo delle manovre finanziarie degli ultimi dieci anni, a 3,2 posti letto per acuti ogni 1.000 abitanti, la Francia ne ha 6, la Germania 8. Ma badate bene, i cattivoni non sono i politici, i poco lungimiranti siamo noi, che abbiamo votato chi ci prometteva redditi senza lavoro, pensioni “à la carte”, in cambio appunto di posti letto. Ma adesso ne abbiamo un disperato bisogno. E che cosa facciamo? Apriamo l’ospedale militare di Baggio in tutta fretta o mettiamo le tende da campo. Siamo noi che abbiamo orientato le scelte di chi ci amministra, siamo noi che facciamo sì che un calciatore sia pagato 20 e più milioni all’anno e un infermiere che rischia la vita al triage del Pronto Soccorso 1.400 euro al mese.

Siamo noi, anche chi scrive certo, con i nostri abbonamenti tv per vedere milionari che caracollano svogliatamente in campo e poi malediciamo e prendiamo a sassate il 118 se tarda dieci minuti o se non ci trova un posto letto. E a proposito di calciatori, non era proprio questo il momento di giocare più e più partite per intrattenere in tv la gente che non può uscire di casa per rischio contagio? Altra occasione persa.

Ma come vedete, stiamo cadendo nelle polemiche. Non è il nostro intento. Oggi i riflettori sono puntati sulla Sanità, teniamocela stretta adesso e soprattutto non dimentichiamocene domani, quando, come nella famosa canzone, “questo vento avrà lasciato le città”.

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