La morte della piccola Sharon: tutto quello che non torna nel racconto dell’arrestato

Cartello ingresso Cabiate, provincia di Como

L’ipotesi della Procura di Como è che tutto possa essere avvenuto quel maledetto 11 gennaio 2021. Che il rumeno 25enne, convivente della mamma della piccola Sharon, possa aver agito nel giro di poche ore, abusando della piccola, maltrattandola e causandone la morte. Non è nemmeno da escludere che pure le foto, inviate alla madre per mostrarle il segno sul labbro della piccola, possano essere state scattate con la bambina già in gravissime condizioni. Dubbi che potranno trovare risposta solo quando sarà depositata la consulenza dell’anatomopatologo che ha effettuato l’autopsia.
Gabriel Robert Marincat rimane in carcere, accusato dei drammatici fatti avvenuti a Cabiate, e verrà interrogato oggi dal giudice delle indagini preliminari Andrea Giudici.
La bambina, di appena 18 mesi, era da sola in casa con il 25enne mentre la madre era al lavoro in un bar di Monza. La versione che era stata raccontata fino a pochi giorni fa, parlava di un trauma cranico accidentale dovuto alla caduta di una stufetta sul capo della piccola. Bambina che poi si era rimessa a giocare perdendo i sensi solo tre ore dopo. La corsa in ospedale al “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo non era servita a evitare il decesso.
Le note inviate in Procura a Como dal medico legale, la prima (preliminare) il 15 gennaio, la seconda più ampia datata 22 gennaio, hanno però ribaltato il caso. All’esame erano presenti il consulente della Procura, nominato dal pm Antonia Pavan, ma anche quelli della madre di Sharon, del 25enne rumeno e pure quello del padre naturale della piccola. Che qualcosa non fosse andato come doveva, lo si era intuito. E forse l’aveva intuito anche la madre della piccola, che prima si era scontrata con il compagno e poi aveva deciso di allontanarlo da casa. Giorni in cui il 25enne giurava che mai e poi mai avrebbe potuto fare del male alla bambina.
Poi però tutto è precipitato nella giornata di sabato, Marincat è stato arrestato dai carabinieri della compagnia di Cantù mentre si trovava nella casa della madre a Lentate sul Seveso. Diverse le contraddizioni in cui sarebbe caduto, elencate dal giudice delle indagini preliminari nella ordinanza di custodia cautelare al Bassone.
La prima è che della stufetta, per lungo tempo, il rumeno non avrebbe parlato. In un file audio lungo e confuso inviato alla compagna alle 16.53 dell’11 gennaio, dopo cioè che la donna si era accorta (da una foto) del graffio sul labbro della bambina, il 25enne avrebbe parlato di «un vassoio di vetro», poi di «un tappetino» su cui la piccola sarebbe scivolata, poi di un «mobile nero» contro cui sarebbe andata a sbattere e pure di «un pallone». Non di una stufetta. Ed è difficile capire quando compaia sulla scena la stufetta, riferita comunque dal sospettato sia alla madre sia alla nonna, ma non è ben chiaro in quale occasione.
Di certo, l’esame autoptico ha rivelato che comunque un simile numero di lesioni non potevano essere compatibili con un evento accidentale come la caduta di una stufetta di cui tra l’altro il 25enne, in quel lungo audio, non parlava mai.
L’indagato riferisce poi di aver capito quello che era successo – in quanto non presente alla presunta caduta della stufetta – grazie alle ferite che Sharon aveva sul labbro, sul naso e sulla fronte. Eppure le lesioni più gravi andrebbero dalla nuca a dietro l’orecchio destro, un punto non compatibile con una ferita per una caduta dall’alto, anche perché Marincat dice di «essersi voltato immediatamente» dopo aver sentito un colpo e di aver trovato la bambina «prona».
Altro elemento: l’arrestato avrebbe detto (in modo del tutto inspiegabile, anche a supporto eventuale della sua tesi) che la stufetta sarebbe stata rotta non dalla caduta ma dai carabinieri durante il sopralluogo, quindi quando il fatto era già avvenuto. Cosa peraltro smentita dai militari ma che testimonia lo stato di confusione in cui versava il 25enne. Ancora: Marincat riferisce che tra le 17-17.30 si era accorto dell’ematoma nella zona dell’orecchio della bambina, ma la madre dice di aver saputo che la bambina stava male solo alle 18.23. Perché dunque non avvisare la compagna di quell’ematoma, dopo che invece si era premurato di avvertirla di un semplice taglietto al labbro?
E qui si innesta una delle ipotesi sul piatto, ovvero che la bambina potesse essere già in quei momenti in gravi condizioni, ben prima dunque della chiamata al 118. E che forse già al momento dell’invio delle foto del labbro su WhatsApp il quadro clinico potesse essere compromesso. Tra l’altro, lo stesso soccorritore del 118 al momento dell’intervento avrebbe ipotizzato «segni inequivocamente espressivi di un arresto cardiocircolatorio già in atto da diverso tempo». Inutile dire che risulta del tutto falsa, dalle lesioni riscontrate, l’ipotesi che la bambina possa aver ripreso a giocare (come raccontato dall’indagato) dopo la presunta caduta della stufetta. Incongruenze che hanno fatto sgretolare minuto dopo minuto il racconto del compagno, unico presente in casa con Sharon quel pomeriggio.
Tutte lesioni – compresa quella riferibile a un presunto abuso – che sarebbero avvenute quel giorno, in quelle ore, mentre i lividi più datati sarebbero in realtà di piccola entità e riferibili a braccia e gambe, quelli sì compatibili con eventuali lesioni riportate durante il gioco.

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