La mutazione genetica dello sport locale

opinioni e commenti di marco guggiari

di Marco Guggiari

Questi anni che hanno segnato il declino dello sport comasco, in qualche caso anche per i risultati sul campo, sempre per le crisi societarie, rimandano all’epoca d’oro e alla sua origine. Riscoprire l’una e l’altra aiuta a capire. La pallacanestro a Cantù è nata a sostegno di un distretto industriale e artigianale del legno e dell’arredo che cercava un elemento di richiamo alla propria indubbia qualità. La tradizione del pallone a spicchi si sposò bene a quella dell’arte lavorativa. Il calcio, a Como, era a sua volta foraggiato da imprenditori della seta e da altri industriali e professionisti che facevano grande la città anche su differenti versanti. È stato così per decenni e le soddisfazioni non sono mancate. A Cantù, dal primo scudetto dell’aprile 1968 ai due successi consecutivi nella Coppa dei Campioni del 1982 e del 1983 (e tralasciamo tutto il resto); a Como con i campionati di serie A, dal primo degli anni ’50, fino all’ultimo d’inizio del nuovo millennio. Erano tempi diversi, nei quali il sogno sportivo non era negato alle realtà di provincia, perché il denaro non era tutto. E veniva comunque gestito in maniera oculata e virtuosa. Poi, man mano che cambiavano la società, il costume e le regole, sono arrivate le difficoltà. Le eccellenze canturina e comasca nei giochi di squadra hanno subito una vera e propria mutazione genetica. Prima, con alterne fortune, ci si è rivolti ai “forestieri”: italiani non locali, danarosi e motivati anche da legittime ambizioni personali. Poi si è passati agli “stranieri”, potenzialmente ancora più ricchi e disposti a investire risorse. I risultati, sul piano della tenuta societaria, sono stati altrettanto problematici, in qualche caso ancora più di prima. Adesso siamo al culmine della crisi: la promozione dei prodotti, o anche semplicemente delle bellezze naturali non avviene più con le squadre di basket e di calcio. Almeno, non qui. Servono stadi e centri sportivi adeguati, capaci di produrre eventi a trecentosessanta gradi e di funzionare sette giorni su sette. Strutture alle quali, da noi, non si è pensato per tempo e che adesso è probabilmente troppo tardi immaginare. Le classifiche sugli indici di sportività, che includono la presenza sul territorio di palestre, palazzetti e piscine, ci vedono sempre perdenti. Questo, per inciso, dovrebbe preoccupare prima di tutto per la crescita delle nuove generazioni, al di là dell’aspetto puramente agonistico. Attendiamo con fiducia il nuovo palasport di Muggiò nel capoluogo e un super-Pianella a Cantù. Sono stati per anni mitici miraggi. Speriamo che presto siano realtà. Di certo, però, dobbiamo constatare che la stupenda operazione salvataggio del basket ad opera di Tutti Insieme Cantù è un coraggioso ponte tuttora verso l’ignoto. E che il Como veleggia al comando (evviva), ma pur sempre del campionato Dilettanti.

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