La poco appassionante corsa dei Paperoni nello spazio

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di Agostino Clerici

Ero poco più che un ragazzo quando il 20 luglio 1969 un uomo pose piede per la prima volta sulla Luna. Il mondo era nel pieno della guerra fredda e la missione dell’Apollo 11 fu l’apice di una forsennata corsa spaziale fra Unione Sovietica e Stati Uniti d’America per portare l’uomo sul nostro satellite. Quella competizione gradatamente si spense nel giro di qualche anno per riprendere ora con le missioni dirette sul pianeta Marte, su cui qualcuno vaticina in tempi relativamente brevi l’arrivo anche dell’uomo.

Non v’è dubbio che i costosissimi progetti spaziali posti in atto dalle superpotenze mondiali tendessero al raggiungimento di un prestigio sul piano della supremazia del loro sviluppo tecnologico. In fondo, non è stato nulla di diverso dalla corsa fra nazioni attuata nei secoli precedenti nel campo della navigazione del globo con la scoperta di nuove terre o anche solo di nuove rotte.

L’uomo ha come innato dentro di sé l’anelito alla competizione, il pungolo che lo spinge ad arrivare primo, mettendosi alle spalle l’avversario e costringendolo addirittura ad abbandonare la gara. In queste corse al prestigio non c’è spazio per il cosiddetto spirito olimpico secondo cui «l’importante è partecipare». A dire il vero, questo adagio va sempre meno di moda anche nelle competizioni sportive, dove conta solo vincere.

Non sarebbe giusto dimenticare però che, nel campo della corsa spaziale, in gioco c’è stato e continua ad esserci anche l’ampliamento della conoscenza dell’universo e il raggiungimento di importanti scoperte scientifiche che poi si dimostrano utili per la vita dell’umanità sul nostro pianeta. Eppure lo spirito di competizione incontra anche un altro sbocco che mi pare assai meno nobile, quello economico.

Proprio nello stesso pomeriggio in cui a Wimbledon si giocava la finale del più famoso torneo di tennis, in attesa che alla sera nel vicino stadio di Wembley si consumasse la partita conclusiva degli Europei di calcio, nel New Mexico andava in scena in poco più di un’ora il prototipo del mirabolante turismo spaziale. A idearlo e a condurlo come primo passeggero c’era il miliardario inglese Richard Branson che, in compagnia di tre persone oltre ai due piloti, ha raggiunto la quota di 90 chilometri di altitudine per poi planare nuovamente sulla Terra. L’imprenditore britannico ha preceduto di qualche giorno l’altra operazione di turismo spaziale, in programma proprio il 20 luglio nell’anniversario dell’epico allunaggio umano, e gestita da un altro ancor più famoso miliardario, Jeff Bezos.

Indubbiamente le due missioni sono in chiara competizione, ma ci pare che entrambe abbiano poco da spartire con l’esplorazione dell’universo e con la scienza. Sono operazioni meramente commerciali, e il turismo che alimentano è per soli Paperoni. Il viaggetto per godersi la Terra da molto in alto, poco sotto la linea di Kármán (che separa atmosfera da spazio esterno), ha un biglietto (tutto compreso) di andata e ritorno (si spera) di 250mila dollari, e vi sarebbero già 600 adesioni. E c’è anche chi promette una vacanza di dieci giorni sulla Stazione Spaziale Internazionale al modico prezzo di 55 milioni di dollari. Una vera follia. Ammetto che non riesco ad appassionarmi a questa corsa allo spazio. È un turismo proprio fuori… dall’atmosfera.

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