Categories: Opinioni & Commenti

La prova del nove per la cultura lariana

di Lorenzo Morandotti

La passione predominante della cultura lariana, sia nel pubblico che nel privato, pare sia soffocare i progetti nella culla per mancanza di ossigeno o deprimere la voglia di fare evitando  (con rare eccezioni virtuose) di mettersi in rete. Quello che  perdura è  frutto di una spietata selezione naturale, dove è sempre più difficile mantenere la continuità. Ben vengano allora manifestazioni coraggiose e di lunga durata come la mostra di arte tessile “Miniartextil” che vede il traguardo del trentennale, e azioni diffuse come “StreetScape”, con  una decina di artisti  nelle piazze e nei cortili della città, dal 13 ottobre al 18 novembre  (via il 12 ottobre alle 18 nella Pinacoteca Civica di Palazzo Volpi in via Diaz 84, curatori Chiara Canali e Ivan Quaroni).

Vedremo se un anniversario tondo come il cinquantenario di “Campo urbano” nel 2019 mobiliterà coralmente le forze o sottoporrà lo solito spettacolo di eventi in ordine sparso, equivalenti a energie sprecate. Trascurando  i non pochi  documenti disponibili, si potrebbe  pensare che l’evento di mezzo secolo fa fosse per pochi iniziati, un rito esoterico volto a scioccare il  borghese (e le polemiche che ne seguirono perpetuarono tale mantra). Ma fu esattamente il contrario, un rito sì ma liberatorio, e pertanto sarebbe quasi sacrilego  inscatolare  in una museificazione documentaria o filologica ciò che all’epoca significò per gli artisti uscire dalle accademie e  dai musei per dialogare con la gente. E qui appunto sta la sfida, al di là del minimo  o medio cabotaggio che può esprimere la cultura locale: rispetto a mezzo secolo fa tutto è cambiato, e non solo nel mondo dell’arte; è cambiata nel profondo anche la città. Una manifestazione celebrativa dovrebbe pertanto, nel pieno rispetto dello spirito originale, funzionare a sua volta come  punto di riferimento per le ricerche delle nuove generazioni in campo artistico, specie per quelle interessate a interrogarsi sull’identità profonda del territorio.  Dove oltre ai centri storici da rivitalizzare (e non parlo di mercatini e luminarie) ci sono tante aree dismesse – tutto il comparto dell’ex Ticosa, ma ci sono tante zone morte –  che potrebbero essere laboratori attivi per la creatività. Dove chiamare a lavorare gli Ico Parisi e gli Enrico Baj di oggi, tanto per citare due  indimenticati geni che

lasciarono il segno a “Campo Urbano”. Allora molti comaschi reagirono in modo ostile, ma qualcuno comprese che si scriveva una pagina nuova. Sarà ancora così?

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