La salute è anche spirituale e sociale

opinioni e commenti di agostino clerici

di Agostino Clerici

Rischio ragionato. Così il presidente del Consiglio Mario Draghi ha chiamato il piano delle riaperture previste a partire dal 26 aprile. Il rischio è tutto nella valutazione del momento presente, e i numeri della pandemia non sono ancora quelli che giustificherebbero le aperture. Ma al rischio si applica la ragione, ovvero ben più che un calcolo ma uno sguardo lungo, reso improcrastinabile dalle manifestazioni di insofferenza degli ultimi giorni da parte dei settori produttivi più danneggiati dalle chiusure.

Il rischio riguarda la scienza, la ragione invece è tutta politica. In gioco c’è il conflitto tra crisi sanitaria e crisi economica che viene spesso invocato dall’una e dall’altra parte, quelli che hanno paura di morire di Covid e quelli che temono di morire di fame. Ma l’alternativa tra sanità ed economia è una falsa semplificazione del problema.

Il nodo è uno solo ed è la salute dell’uomo. Il distanziamento è stato e continua ad essere indispensabile per la protezione dal contagio – almeno fino a quando il virus circolerà trovando organismi da infettare – ma è indubbio che la sua durata provoca non solo dissesti economici ma prima ancora mina l’equilibrio psico-fisico di un essere che per sua natura è sociale, e che rimane essenzialmente socievole e bisognoso di socialità.

Nel Protocollo di costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità firmato a New York il 22 luglio 1946 la salute viene definita come «stato di completo benessere fisico, spirituale e sociale e non solo come assenza di malattia e di infermità». Indubbiamente l’umanità uscita dalla tragedia della seconda guerra mondiale viveva in una bolla di rinnovamento e rischiava di confondere il desiderio con la realtà. La salute, così definita, è un concetto un tantino utopico e poco attento alla concretezza della vita.

Eppure parlare di salute non come semplice assenza di malattia orienta la riflessione e la prassi politica stessa verso una complessità che bene descrive quale salute ricerca effettivamente l’uomo. Per una persona ammalata la salute significa anzitutto guarire dalla malattia, mentre per chi è sano significa non ammalarsi. Ma, se la salute è davvero uno stato di completo benessere, s’allarga a dismisura anche lo spazio della malattia: il tenermi chiuso in casa per mesi – che pure serve a proteggere me e gli altri dal contagio di una malattia – è da considerarsi alla lunga una forma di malattia che mette a repentaglio il mio stato di completo benessere fisico, spirituale e sociale. Paradossalmente per evitare di ammalarmi finisco per non essere in salute.

Naturalmente questa riflessione meriterebbe ben più dello spazio di un articolo di giornale, ma forse ci aiuta a comprendere la ragionevolezza del rischio che il Governo ha deciso di compiere. E che deve essere compiuto, sia chiaro, con molta prudenza, e non solo per aiutare l’economia ma prima ancora per salvaguardare la salute. Anche se quella definizione del 1946 andrebbe corretta in una direzione più realistica: la salute non è uno stato ma una continua tensione verso un equilibrio fisico, spirituale e sociale. Nella consapevolezza che esso non sarà mai perfettamente e stabilmente raggiunto, perché condizionato anche solo da quegli acciacchi del vivere che ci fanno compagnia giorno dopo giorno.

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