L’affanno di una conta che non torna

opinioni e commenti di marco guggiari

di Marco Guggiari

Il coronavirus è tornato a occupare drammaticamente le nostre vite. In provincia di Como, in un crescendo di contagi, si è arrivati a quasi 900 positivi in ventiquattr’ore. In settimana Varese è salita fino al terzo posto del poco invidiabile podio per numero di casi in Italia. Viene il dubbio che questi dati siano influenzati anche dal confine con la Svizzera, dove la diffusione del virus è a livelli molto alti. Forse non è casuale che una regione di frontiera con la Francia, come la Val d’Aosta, abbia un analogo grande problema con pessimi indicatori in rapporto alla limitata quantità della popolazione locale. È il prezzo che si paga all’inevitabile porosità dei confini con Paesi che, al pari del nostro, soffrono significativamente la pandemia?

Il punto decisivo, però, è che questa seconda battaglia contro il Covid-19 ha sorpreso i nostri accampamenti impreparati e ancora male in arnese. Sarebbero serviti tracciatori per non intasare gli ospedali, ma non ci sono o non bastano. La sanità non è stata rafforzata. Mancano medici (4mila) e quelli in servizio sono privi di mezzi diagnostici e di adeguate protezioni. Ci si sottopone ai tamponi affrontando code sovietiche, come si è sperimentato in questi giorni anche a Como, in via Napoleona. Scarseggiano i vaccini anti-influenzali per arginare almeno il virus di stagione. I pronto soccorsi, a detta del loro rappresentante nazionale, sono in ginocchio. Non disponiamo dei cosiddetti Covid Hotel, alberghi e appartamenti dove isolare i positivi per il tempo strettamente necessario alla quarantena e all’esito negativo del successivo tampone. Siamo fermi al palo e, in definitiva, si è perso tempo importante.

Capitolo a parte è l’inadeguatezza dei mezzi pubblici, intasati di passeggeri e divenuti inevitabili veicoli di diffusione del virus. Ne abbiamo già scritto, ma vale la pena tornare in argomento. Non appena è scattata la didattica a distanza, la comasca Asf ha cancellato un centinaio di corse urbane ed extraurbane di autobus, applicando di fatto l’orario non scolastico e definendo questa scelta “una riduzione minima”. Adesso fa retromarcia e da domani ripristinerà una parte dei servizi urbani cancellati. La prima decisione indica quanto non siamo all’altezza della situazione. Tutti (o quasi) comprendono infatti che occorre aumentare comunque gli automezzi e adibire anche una parte di quelli privati alla finalità di servizio pubblico.

Questa insufficienza si intreccia poi al problema mai risolto dei tempi della città, che devono essere modificati e coordinati. Altrove questo avviene già da tempo e c’è chi ha inventato una delega assessorile ad hoc. Non da noi, dove ce ne sarebbe bisogno anche in condizioni normali.

Vorremmo anche un po’ di verità. Ne abbiamo tutti diritto, per esempio sui numeri: quali luoghi hanno generato, dati alla mano, più contagi? Così capiremmo cosa è giusto chiudere e potremmo condividere i sacrifici a ragion veduta. Anche perché preoccupano il disagio sociale sfociato in recenti proteste e, ancora di più, l’occasione sfruttata da gruppuscoli estremisti per inscenare disordini, danneggiando le vetrine di operatori già provati dalle misure anti-pandemia. È uno dei tanti paradossi. Bisogna saper distinguere tra chi ha titolo per protestare e chi invece va isolato e messo nelle condizioni di non nuocere.

In questa situazione è inevitabile aggrapparsi a tutto, anche alla speranza che arrivi presto il picco dei contagi, poi il plateau per qualche settimana e, finalmente, la discesa. Ma rispetto ai mesi di marzo e aprile c’è meno senso di solidarietà diffuso e questo, oltre a non essere un buon segnale, non ci aiuta psicologicamente.

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