Lampedusa, la spaventosa tragedia dei profughi e le responsabilità di un’Europa sorda e assente

 

Risponde
Agostino Clerici

Dopo la tragedia di Lampedusa, l’ennesima, ma la più spaventosa per il numero delle vittime, mi chiedo quando l’Europa – così pronta a vestirsi di arcigna contabilità e di severe norme da imporre a singoli Paesi come l’Italia – si porrà il problema della sua dimensione umana.
Per i nostri censori europei è evidentemente molto comodo bacchettarci e lasciarci soli nella gestione delle tragedie.

Quando Dio pensò l’Italia, la fece come un braccio che s’insinua nel mare.
Normale, dunque, che chiunque voglia raggiungere da sud l’Europa debba sbarcare da noi. Siamo un passaggio obbligato a causa della conformazione naturale del territorio dell’Italia.
Dico “passaggio” perché molti dei disperati che cercano di sbarcare a Lampedusa vogliono andare oltre ed, in verità, quelli che poi restano in Italia sono dieci volte inferiori rispetto a quelli che raggiungono la Germania (i dati 2011 dei rifugiati parlano di 571.000 in Germania e 58.000 in Italia).
Ma il dramma sta nello sbarco e, prima ancora, in quel viaggio da incubo per attraversare il Mare Nostrum.
Già, nostro. Ma “nostro” di chi?
Qui la lettrice pone davvero la domanda cruciale di tutta la vicenda, e tocca il nervo scoperto dell’Europa. Se volessimo dirla in breve, la verità è che l’Europa non esiste. Non esiste nessun organismo sociale, politico e forse nemmeno economico che possa suffragare l’uso di un nome – Europa – che ci dà l’illusione che vi sia di fatto un soggetto, uno solo, compatto, unitario, in grado di prendere decisioni e di sentire, quindi, davvero come “nostrum” il mare che ci unisce all’Africa.
L’Europa di oggi è un’accozzaglia di interessi – per lo più economici e finanziari – che non riesce ancora ad agire all’unisono.
Credo che il traguardo di un’Europa unica e unita non sia nemmeno all’orizzonte: la nave per raggiungerlo non è ancora stata varata e resta in cantiere nel porto delle buone intenzioni.
Mercoledì – quindi, poche ora prima dell’ultima immane tragedia di Lampedusa – era giunta l’ennesima bacchettata all’Italia da parte della commissione migrazioni del Consiglio d’Europa. Sentenziava a chiare lettere che non siamo in grado di gestire il flusso migratorio, anche perché i nostri sistemi di intercettazione e dissuasione sarebbero inadeguati.
Come interpretare queste affermazioni? Dobbiamo forse dirottare le carrette del mare oltre lo stretto di Gibilterra e farle circumnavigare il continente così che attracchino sulle coste della Gran Bretagna o dell’Olanda?
O dobbiamo respingerle a colpi di fucile e rimandarle in Libia o in Tunisia?
Evidentemente questi signori, seduti comodamente a Bruxelles o a Strasburgo, con la pancia piena e un lauto stipendio assicurato, non sanno di che cosa stanno parlando… Bisognerebbe mandarli a Lampedusa, affinché si accorgano che il “flusso migratorio” non è una variabile statistica da regolare, intercettare o dissuadere – insomma, un giochino di numeri da mettere dentro un foglio di excel – ma una massa reale di uomini, donne e bambini che sono sospinti solo dalla disperazione, dalle violenze della guerra in paesi lontani dal Mediterraneo (Somalia ed Eritrea, ad esempio) e che nutrono un insindacabile desiderio di tranquillità e stabilità.
I flussi migratori nell’area del Mediterraneo hanno segnato la storia del nostro continente negli ultimi quattro millenni, e hanno una loro dinamica naturale. Solo una mentalità burocratica può pensare di intercettarli o dissuaderli, come se fossero linee tracciate su una cartina geografica.
Prima bisogna capirli e accoglierli, poi si può pensare di regolarli, sapendo però che si tratta di uomini e non di flussi.
A gestire questo lavoro ci vorrebbe l’Europa dei popoli, l’Europa fondata saldamente nelle sue radici culturali. Purtroppo questa Europa non c’è. E siccome non c’è, anche quelle frontiere meridionali che dovrebbero essere “sue” sono in realtà solo le nostre.
Ed è “nostro”, tragicamente solo nostro, tutto italiano, anche il mare che separa i lidi della disperazione dai sogni della speranza.
Anna Braglia

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