Lariani all’estero, «A New York sempre meno persone in strada e sempre più disoccupati»

Il murales dell’artista Kobra che raffigura Madre Teresa di Calcutta e Gandhi su un palazzo nel quartiere di Chelsea, New York City, dove lavora Oneda Kabali

Il racconto del comasco Marco Veronelli e la moglie Oneda Kabali

Il comasco Marco Veronelli, ingegnere informatico in un’azienda di telecomunicazioni, e la moglie Oneda Kabali che lavora per una filiale del Service Employees International Union, il più grande sindacato americano, raccontano i loro giorni di quarantena e uno spaccato di New York City, la metropoli degli Stati Uniti in cui lavorano e vivono.
Come sono questi giorni a New York City?
«Questo è il 45esimo giorno di quarantena. Il tempo viene scandito dal telelavoro fino alle 17, pasti, videochiamate e qualche breve uscita per comprare alimentari. Il lockdown nello di Stato di New York non vieta ai cittadini di uscire né di giustificare la propria uscita, ma le persone in strada sono sempre meno. I negozi sono chiusi; i pochi ristoranti che operano su ordinazione applicano orari ridotti. Diversa è la situazione nei parchi che sono una vera oasi di pace e valvola di sfogo per i newyorkesi. La città si unisce alla lunga lista degli Stati e Paesi che hanno sottovalutato l’imminenza e la forza della pandemia. E quando il Governo ha realizzato quanto fosse grave la situazione, era troppo tardi. I numeri degli infetti sono esplosi, il sistema sanitario non ha retto e, nel giro di una settimana, siamo diventati la capofila delle città per numero di infetti da Covid-19 con epicentro nel Queens, distretto che ospita tra i suoi residenti molti fornitori di servizi essenziali, per lo più immigrati e lavoratori a basso reddito. Da un lato c’è l’emergenza sanitaria, dall’altro l’emergenza economica. Il numero dei disoccupati a New York è salito a 1.4 milioni (in base alle richieste per l’indennità di disoccupazione). Essere disoccupati negli Usa compromette fortemente l’accesso alla sanità, questo è il vero dramma. Poi si va nei parchi e sembra che nulla sia cambiato: si corre, si passeggia, le famiglie fanno pic-nic, usano il campo da baseball, prendono il sole… schizofrenia tipica di New York City».
Il sito del “NY Times” ha pubblicato un drammatico reportage dalla provincia di Bergamo: pensate che negli Stati Uniti ci sia stata una percezione diversa della pandemia?
«La percezione fuori dall’Italia di ciò che è successo in Italia è stata molto drammatica e l’ho capito parlando con amici e parenti. Lo stesso però è avvenuto a situazione invertita. Amici e familiari sono molto preoccupati della situazione a New York City… la percezione creata dai media e quella reale non sempre corrispondono».
Ci sono immagini o racconti che vi sono rimasti particolarmente impressi?
«Alle 19 in punto, ogni giorno, le persone escono dalle proprie finestre per applaudire i lavoratori sanitari. Mai saltato un giorno. A volte si uniscono i camion dei vigili del fuoco o le auto della polizia e con le loro sirene strombazzanti si crea un grande urlo collettivo. Urlo di gratitudine e comunanza perché ci siamo davvero tutti in questa pandemia. Sono momenti molto toccanti. Altro aspetto forte di questa pandemia è la rete di solidarietà che si è creata tra le persone. Nella app Next Door del nostro quartiere sono nati molti gruppi di aiuto per gli anziani (fare la spesa, ritirare farmaci, spedire la posta) e gruppi di supporto dove si videochatta con altri residenti della via per sentirsi meno soli. Tra le iniziative c’è anche lo “sciopero degli affitti”».
Come vede il futuro, pensando anche all’impatto economico del Covid-19?
«Il sentimento a New York City è positivo e noi lo condividiamo».

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