Le regole da rispettare nelle mostre. Fotografare le opere: divieto sbagliato

Lettera aperta al direttore della Triennale e colleghi.
In Italia molti responsabili di esposizioni, musei, mostre sono nemici giurati delle macchine fotografiche del pubblico. Ma perché? Io vedo tre ragioni.
Primo motivo: alcuni oggetti (quadri, tele, carte) possono essere davvero rovinati dai flash. Secondo motivo: si vogliono tutelare i diritti d’autore dei musei. Terzo: si vogliono vendere i cataloghi.
Obiezioni. 1: per proteggere gli oggetti, basta proibire i flash, non le macchine fotografiche. 2: per avere un’immagine commercializzabile, pubblicabile, vendibile bisogna avere delle condizioni che in genere il pubblico non ha: bisognerebbe togliere tutti i vetri, inclinare gli oggetti in modo opportuno rispetto alla luce, perché sia ben illuminato, non abbia strani riflessi di luce, di fari e faretti, di oggetti che sono di fronte e che sono, magari, degli oggetti a righe. Le foto realizzate dal normale visitatore non riescono a esser commercializzabili. 3: se poi il problema è quello di vendere i cataloghi, non tutti dopo aver pagato il biglietto e il viaggio possono pagare anche il catalogo. Chi poi va a vedere le mostre gratuite, a volte va a vederle proprio perché sono gratuite e se deve pagare il catalogo invece del biglietto siamo al punto di prima. E in ogni caso nessuno può permettersi di pagare tutti i cataloghi di tutte le mostre che vede.
Quindi: perché non lasciamo che il visitatore  si faccia le sue foto, anche bruttarelle?
Sono bruttarelle, ma sono le sue, gli servono da promemoria: quando va a casa, guarda una foto brutta, chiude gli occhi e pensa l’originale bello; guarda la foto di una didascalia e va a cercarsi su Internet o sull’enciclopedia chi è quell’autore. Perché questo non si deve fare? Perché non dare questo sostegno alla memoria?
In tal modo una cosa vista una volta diventa davvero patrimonio di chi l’ha vista, diventa un fatto culturale, non rimane una cosa vista una volta, mordi e fuggi.
Altrimenti vedere una mostra sarebbe come mangiare un gelato: quando l’hai mangiato non c’è più.
Dico male? Buon lavoro a tutti quelli che lavorano per la cultura.
Caterina de Camilli

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