Le violenze in piazza Garibaldi a Cantù: dopo le ultime arringhe domani è attesa la sentenza

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«Mi venga consentita una battuta: ma se le stesse azioni le avesse compiute il signor Pinco Pallino da Verona, sarebbe stato considerato un capomafia? Perché il cognome e la provenienza, seppur “scomodi”, non bastano per configurare il reato».
L’avvocato Tommaso Scanio, il legale che assiste il principale imputato Giuseppe Morabito (nipote del boss “U Tiradrittu”) ha preso la parola per ultimo nel processo in corso in Tribunale a Como per i presunti fatti di malavita di stampo ’ndranghetista che ruotarono attorno ai locali di piazza Garibaldi a Cantù. La sentenza, che da calendario era attesa per martedì sera, causa il prolungarsi delle arringhe degli avvocati delle difese è slittata alla giornata di domani, venerdì.
Alle 9.30 le parti si ritroveranno per le eventuali repliche, poi si aprirà la camera di consiglio. La sentenza è attesa per il pomeriggio. Martedì, come detto, la parola è rimasta alle difese per le arringhe che hanno chiuso il processo. «Non basta la rappresentazione delle cose per fare un reato, servono le prove – ha tuonato Scanio – Ci dite che Morabito avrebbe fatto tutto questo per guidare il Locale di Mariano Comense. Questo vorrebbe dire che faceva già parte della famiglia guidata dai Muscatello, altrimenti ci sarebbe stata una guerra di mafia. Però, nonostante tutti gli arresti di questi anni, del mio assistito non si è mai parlato. Come mai? Perchè non faceva parte della famiglia».
«Faccio anche presente che Giuseppe Morabito vive a Cantù da 15 anni, non dall’anno scorso – è stata la chiosa – e se avesse avuto quel ruolo di cui ci avete parlato, di lui avremmo già sentito parlare da un pezzo. Invece aveva solo un cognome pesante e proveniva da una terra di mafia, ma questo non basta per accusare una persona».
L’avvocato Scanio aveva difeso anche Rocco Depretis e Domenico Staiti, «che hanno già ammesso le cose che hanno sbagliato a compiere, ma che non fanno parte di alcuna associazione malavitosa, non hanno mai preso parte a summit e nemmeno erano nelle vicinanze degli stessi».
La giornata era stata aperta dall’avvocato Gianluca Crusco per Emanuele Zuccarello. «La sua, per quello che abbiamo sentito, è una responsabilità “traslata” – ha detto il legale – Non perché avrebbe fatto qualcosa, ma perché stava vicino a qualcuno. Qui non è sotto processo il gruppo di calabresi, ma per quanto ci riguarda è sotto processo Zuccarello e ci dovete dire cosa ha fatto, quando e dove. Senza dimenticare che contano le condotte, non la percezione delle vittime».
«In questo processo abbiamo parlato di due gruppi distinti di ragazzi, con caratteristiche diverse, questo c’è nelle carte – ha poi detto l’avvocato Oreste Dominioni per Jacopo Duzioni – Il mio assistito è cresciuto a Carimate, ha amici di Carimate e nessun rapporto con i Muscatello. Non lo conoscono nemmeno e con Morabito si vedevano qualche volta in discoteca come qualsiasi ragazzo, incontri casuali e mai programmati».
«Siamo lontani mille miglia dal metodo mafioso – ha concluso il legale – I comportamenti di creare disordini in piazza a Cantù sono esattamente il contrario di quello che è il metodo mafioso».
«Questo è un territorio di esportazione della ’ndrangheta – ha concluso l’avvocato Giovanni Vecchio per Andrea Scordo – Qui non viene percepita tra la gente come avviene in Calabria. La forza di intimidazione è più bassa, per questo i profili e i fatti vanno valutati molto bene. A Cantù sono andate in scena al massimo, mi si passi il termine, estorsioni da strada, non certo fatte con il metodo ’ndranghetista. Ragazzi ubriachi e poco educati, bicchieri rotti, dove è il metodo mafioso?».
La risposta al quesito spetta ai giudici.

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