Le virtù dei lariani nell’emergenza

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di Giorgio Civati

Della crisi causata dal Covid-19 c’è molto da dire e da discutere. La questione principale è ovviamente quella sanitaria, tragicamente fondamentale, cui seguono di appena un passo le conseguenze economiche che avranno su occupazione e lavoro queste settimane di vita “sospesa”. Ma il restare a casa ha anche risvolti sociali, psicologici, affettivi. Uno di questi effetti, però, ci pare meriti di essere sottolineato. In questo coprifuoco inaspettato e straniante si possono cogliere infatti atteggiamenti e virtù altrettanto inaspettate, o forse solamente accantonate nelle nostre vite “di prima”. Parliamo di affetto e di aiuto, di orgoglio, addirittura di senso di appartenenza a una comunità, che per noi italiani è cosa solitamente rara.

C’è commozione, condivisione anche se non fisica. Non in tutti, va detto, perché imbecilli e addirittura ladri e imbroglioni e approfittatori esistono ancora, come sempre del resto. Eppure una vasta fetta di italiani si sta dimostrando migliore di quanto comunemente si pensasse. Nelle pochissime uscite consentite, per esempio, c’è più educazione: in fila al supermercato, per strada, in farmacia. Qualcuno – immaginiamo – sosterrà che è soprattutto paura. Che ci si saluta per strada per dire qualcosa come “ti ho visto, mi hai visto, stammi lontano”. E può essere anche questo, ma non solo. Dal nostro punto di osservazione su Como – il balcone di casa, ovviamente – non abbiamo colto canti dai balconi altrui, non abbiamo notato le luci dei cellulari ondeggiare nel buio eppure anche Como, anche il Lario è cambiato. Più composto, ci pare. Anche nel dolore.

Non è il momento di certe esagerazioni quando i nonni o gli anziani genitori sono a rischio, quando qualche decesso nemmeno può essere pianto. Ecco, le consuete frenesie hanno lasciato posto a una compostezza che sarebbe bello mantenere. Avremmo fatto a meno di tutto ciò, è ovvio, eppure anche Como tra donazioni e impegno, sforzi sovrumani del personale sanitario e attenzioni da parte di tutti – che non bastano mai, è il caso di ricordarlo –  sta dando una buona immagine di se stessa, come città e come comunità allargata. Siamo soli davanti a un nemico subdolo, invisibile e letale, ma forse non è proprio così.

Stefania – che non conosciamo, ma alla quale va tutta la nostra ammirazione e il nostro affetto – ha per esempio esposto un cartello all’ingresso di una farmacia della città, col suo numero di telefono e la disponibilità ad aiutare chi non ce la fa nemmeno a fare la spesa, a prendere le medicine. Alla faccia del virus e del possibile contagio sempre lì, minaccioso, Stefania e tutti i volontari di qualunque tipo e gli infermieri e i medici e chi lavora comunque perché i negozi siano forniti, perché i servizi funzionino, perché la vita vada avanti rappresentano la speranza che tutto, davvero, alla fine andrà bene.

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