L’Insostenibile Fatica del Politico Moderno

Attenti agli scivoloni
Ma come è diventato difficile fare il politico. A maggior ragione, se devi amministrare la cosa pubblica e devi rendere conto ai cittadini, subito e continuamente, e non fra qualche anno, quando si tornerà alle urne.
Ricordo che, quando ero più giovane, il rapporto tra amministratore e amministrato era più stretto, ma forse meno stringente. Nonostante si fosse nella famigerata “Prima Repubblica” segnata dalla corruzione e dai rapporti clientelari – ma generalizzare è sempre pericoloso – esisteva una legge non scritta che garantiva una maggiore distensione tra le parti.
Forse le risorse finanziarie a disposizione della pubblica amministrazione erano maggiori; le attese dei cittadini erano più equilibrate e meno urlate; magari la capacità degli amministratori era più ispirata alla concretezza, e la stessa volontà politica dei cittadini si esprimeva con una maggiore partecipazione.
Oggi, tutto rischia di finire in una discussione da bar e ciascuno dice la sua, un po’ come nel calcio tutti si credono commissari tecnici della nazionale.
Lo vediamo in queste ore sulla scena politica italiana: il premier Mario Monti è stato salutato con ovazioni da stadio, lo si è considerato come l’Herrera dei “tecnici”, capace con qualche magia di ribaltare il risultato della partita con l’Europa. Ma poi lo spread – l’ultima “parolaccia” della politica al soldo della finanza – non è sceso, anzi è salito. Adesso, dopo pochi giorni, sono ormai tanti gli italiani – persone semplici che nei sondaggi non finiscono mai – che si domandano se l’operazione di salvataggio dalla crisi finanziaria riuscirà e se sia poi così giusto che a guidarla sia un esponente di quel mondo che questa crisi l’ha creata.
Sempre quando ero più giovane, sentivo ripetere spesso che fare il politico era una missione. Qualcuno osava parlare di vocazione. Poi siamo stati tutti disillusi. Le poltrone una volta potevano essere appetibili, ora scottano dopo pochi mesi.
Amministratori, certo, non ci si improvvisa, altrimenti le cappellate sono dietro l’angolo. Ma non è tanto questione di andare a scuola, quanto di imparare umilmente dalla realtà, standoci dentro, accettando il confronto con la gente, reso oggettivamente più disincantato dalla macchina informativa martellante.
Certo, anche dall’altra parte della barricata, i cittadini devono tenere conto che i tempi sono cambiati, che i soldi non fanno miracoli nemmeno quando sono tanti, figurarsi quando scarseggiano.
Talvolta si ha la sensazione che dentro i palazzi si vada avanti a gomitate e sgambetti, e nella piazza si cianci con i soliti stereotipi ideologici o con rivendicazioni magari giuste ma irrealizzabili. Si vive con il dito puntato. Forse è meglio che tutti si torni a confrontarsi sulla realtà, che incrocia i volti e le attese, ma sa fare i conti con i numeri.
Mio nonno amava citare un proverbio, che forse ha qualcosa da dire anche agli amministratori pubblici: «Far conti spesso, frenar le voglie e spender meno di ciò che si raccoglie». Altrimenti, si rischia di scivolare ancora prima che arrivi la neve.

Agostino Clerici

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