Lischio, quando l’acrostico è un esorcismo

Giovanni Lischio

Giovanni Lischio, 82enne lariano con la passione innata per la scrittura, rinnova da tempo sulle rive del Lago di Como l’antica arte dell’acrostico (che ha precedenti illustri nella Bibbia, in Plauto e anche in un saggio fondamentale del Novecento, Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante di Douglas Hofstadter). Si tratta di un componimento poetico dove le prime lettere di ogni verso lette per ordine danno un nome o un’altra parola di senso compiuto.
Durante la permanenza forzata tra le mura domestiche, la letteratura è stata per Giovanni Lischio ancora una volta un toccasana e anche una forma di esorcismo che gli ha dettato un nuovo gruppo di componimenti tutti ispirati alla pandemia. Ne trascriviamo alcuni, con l’avvertenza che come l’etichetta dell’acrostico impone vanno letti appunto considerando che i versi dicono più di quel che suggeriscono a livello di contenuto, dato che c’è anche un “senso verticale” che li attraversa. Ecco il primo dedicato proprio al virus: «Chiuso fra quattro mura di cemento / Ogni giorno seguo, osservo, commento, / Valuto tristemente i dati attuali, / I positivi e il numero crescente / Dei morti, fuori e dentro gli ospedali».
E ancora: «Corona – nome associato alle corti – / Ora ci appare simbolo di morti / Reali, vere, non immaginarie / O nelle residenze sanitarie, / Negli ospedali, o nelle nostre case / Adesso sempre di più pervase / Violentemente da un virus mortale, / Invisibile e insidioso ma reale. / Restiamo in casa – chiusi in questo duro / Ultimo baluardo – con lo sguardo / Smarrito e fiducioso nel futuro!».
Ed ecco un’altra serie di rigorosi endecasillabi che giocano sulla parola “virus” e sui rimedi pratici per tenere lontano il morbo: «Vivere cupis sanus? Lava manus! / Il monito latino è ancora attuale, / Realistico, contro il grande male: / Un batterio che, insidioso e predone, / Sta uccidendo migliaia di persone».
Un doveroso encomio va al personale sanitario in prima linea: «Molti medici hanno già combattuto / E vinto contro un male sconosciuto, / Dando la vita in nome del dovere. / Il giuramento di Ippocrate mai / Come adesso si è rivelato attuale! / I guai arrivano senza volere! / Infermieri: da sempre sono intenti / Nelle corsie a curare i pazienti, / Fino a quando li vedono guarire / E, rischiando essi stessi di morire, / Restano al loro posto ad ogni costo, / Mentre la grande pandemia in tutti / I luoghi semina terrore e lutti. / Eroi semplici, oggi come ieri, / Resistono sul campo con onore / Infaticabili contro il dolore».
Non manca nel canzoniere pandemico di Giovanni Lischio, tuttora inedito e che presentiamo qui per la prima volta in alcuni esempi essenziali, anche un riferimento ai presidi sanitari che siamo obbligati a indossare: « Milioni, bianche e colorate, vanno / A ruba e forse ci costringeranno / Sine die ad usarle sulla faccia. / Comunque, qualunque cosa tu faccia, / Hai voglia a lamentarti: così è / E così sarà per molto, finché / Riusciranno a darci la soluzione: / Il vaccino che non lasci più traccia / Nel mondo della sua orribile faccia / E ponga fine a questa situazione».

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