Medici, storie di ordinaria responsabilità

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di Mario Guidotti

In sette mesi siamo passati da eroi a bersagli delle frustrazioni. Dagli al medico, colpevole delle aree rosse, dei lockdown, delle chiusure commerciali. Siamo tornati agli insulti in Pronto Soccorso per i tempi lunghi di presa in carico, che dipendono dalla lentezza di chi lavora ovviamente, non dalla valanga di gente asfittica che si presenta.

Siamo ritenuti responsabili della seconda ondata, colpa evidentemente di qualcuno della categoria che parlava di virus scomparso clinicamente e non di chi ha voluto sentire solo quel messaggio e non gli altri mille che sconsigliavano movide, viaggi all’estero, abbraccioni in spiaggia e strusci su lungolaghi e lungomari.

In realtà non siamo mai stati eroi, ma nemmeno siamo responsabili dei vari Dpcm che deprimono l’economia e i portafogli di tutti. Cerchiamo di mettere faticosamente il dito nella falla della diga che altrimenti verrebbe giù.

Per darne la misura mi piace allora raccontare di storie di ordinaria responsabilità di colleghi che stanno lottando o hanno combattuto personalmente il virus e non mollano il mandato di aiutare e sostenere i propri pazienti.

Come quel medico di famiglia, più vecchio che giovane diciamo così, che è attualmente ricoverato in PneumoCovid con una macchina che gli spara aria nei polmoni per tenerli dilatati 21 ore su 24 e nelle tre libere organizza a chi assegnare le 50 dosi di vaccino anti-influenzale che gli sono appena arrivate, scrivendo messaggi sul telefonino a quelli che possono auto-somministrarselo in attesa che lui ritorni.

E che dire di quel collega che nella prima ondata non si è risparmiato e con poche misere mascherine a disposizione si è ammalato di Coronavirus e si è fatto sei mesi di ospedale tra rianimazione, chirurgia e riabilitazione spinale, salvo uscirne comunque paraplegico in sedia a rotelle?

Mi piace ricordare poi l’amico medico che all’inizio dei ricoveri infetti ha lasciato la famiglia (moglie e tre bimbi piccoli) per isolarsi in un microlocale su per il lago per non portare a casa il virus. E infatti si è ammalato.

Due parole per il 64enne pneumologo che oltre a bardarsi ogni giorno fino a sera, la domenica viene in ospedale per lavare personalmente i caschi per l’ossigenazione.

E raccontiamo anche di quell’altro anziano che passa le notti a cercare una notizia scientifica che possa aiutare e la divulga subito o quello che non stacca mai il telefono per coordinare o anche solo sostenere. E perché non scrivere dei pediatri che, avendo chiuso il proprio reparto, invece di starsene a studiare o altro hanno chiesto di essere catapultati in reparto Covid ed anche in Pronto Soccorso generale pur di dare una mano.

Ricordate poi Raffaele, Giuseppe, Luigi, Massimo, e Pierantonio, colleghi comaschi che non sono più tornati a casa? Eroi? No, persone che non hanno scansato la responsabilità della quale sono stati investiti. Non colpevoli di quanto di brutto sta accadendo a tutti, ma desiderosi di ridare respiro, sorrisi o anche solo un po’ di speranza.

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