Montanari festeggia un quarto di secolo di successi a “LarioBook”

Raul Montanari

Il nostro festival letterario LarioBook nell’auditorium di “Corriere di Como” ed Espansione Tv in via Sant’Abbondio 4 a Como ospita domani sera alle 20.30 Raul Montanari, maestro della narrativa italiana, «scrittore mistico» secondo Andrea Camilleri, che presenta la riedizione per Baldini+Castoldi del suo primo romanzo del 1994 La perfezione. Un libro in cui restituisce il clima feroce e geometrico di Dürrenmatt e del grande noir americano immergendoli nel contesto della provincia italiana, fino a creare un contrasto sorprendente e irresistibile. Nell’incontro a ingresso libero che inizia alle 20.30 dialoga con la giornalista del “Corriere di Como” Katia Trinca Colonel.
Come è cambiato il mondo della letteratura e della scrittura dal suo esordio a oggi? «Negli anni Ottanta – dice lo scrittore – lo scrittore aveva ancora un’idea alta della letteratura che oggi si è ridimensionata. Intendiamoci, non è detto che sia un male. Però noi ci ostinavamo (e ci ostiniamo) a pensare che la letteratura potesse cambiare il mondo, fosse qualcosa verso cui ci sentivamo umili, piccoli… Che fosse arte. Oggi vedo autori considerare la scrittura una specie di gioco, o uno dei tanti modi per sbarcare il lunario e, se va bene, finire in tv o diventare degli “influencer” in rete. La proliferazione della narrativa di genere ne è una prova, perché questo tipo di narratore spesso si limita a fornire un buon prodotto, da bravo professionista. Naturalmente anche fra loro ci sono eccezioni».

La sua routine di scrittore: orari, riti e padri nobili.

«Ho la fortuna di essere veloce, per cui impiego un mese a preparare un romanzo (soggetto, personaggi, scaletta degli eventi, luoghi, tempi, documentazione…) e un altro mese a scrivere la prima stesura, un capitolo al giorno, perlopiù lavorando al mattino e primo pomeriggio. Poi seguono le revisioni, che possono essere più di una e prendono al massimo una settimana ciascuna. Non ho ritratti di ispiratori alle pareti, ma se ci fossero sarebbero Poe, Stevenson, Cechov, Kafka, Dürrenmatt. E Alessandro Manzoni».

Digitale e dintorni: il mercato editoriale è di fronte a una svolta o a un baratro?

«A nessuna delle due cose, e lasciami aggiungere: purtroppo. La svolta digitale sarebbe stata un modo per riproporre tutte le meraviglie della letteratura aggiornando solo il mezzo di trasporto, come una donna affascinante che invece di venire all’appuntamento con te in carrozza venisse in aereo. Invece sappiamo com’è andata: l’e-book occupa da anni una porzione di mercato inferiore al 5%, in Italia. Non decolla. Tutte le discussioni che abbiamo fatto quando sembrava che il futuro del libro fosse per forza digitale, dividendoci fra nostalgici e progressisti, sono state quantomeno affrettate. Il libro di carta è esso stesso un oggetto tecnologico, molto più resistente al cambiamento di quanto pensavamo. Questo sarebbe magnifico se il pubblico dei lettori non si riducesse sempre di più! L’e-book era una speranza di coinvolgere soprattutto lettori giovani, più abituati ad avere davanti uno schermo che una pagina. Invece curiosamente i giovani sembrano preferire, per lo spazio ormai angusto che dedicano alla lettura, proprio il libro tradizionale».

Lei usa molto Facebook. Influisce sul suo lavoro?

«Nel complesso in modo positivo. Anzitutto, è inutile negarlo, per chiunque scriva è un conforto leggere commenti affettuosi e incoraggianti. Poi devo confessarti che le mail che mi hanno mandato i miei lettori mi hanno insegnato una cosa: ho capito che per loro è sempre importante che un libro non si limiti a intrattenerli ma gli insegni qualcosa sull’uomo, sulla sua vita interiore, sulle sue relazioni con gli altri. Qualcosa che cambi, anche di poco, lo sguardo del lettore sul mondo. Questa è sempre stata una delle funzioni tradizionali della letteratura, ma mi ha colpito osservare quanto sia ancora viva e urgente dal punto di vista del lettore di oggi».

Maestri del passato che ci mancano, e promesse della narrativa d’oggi?

«Moravia, il narratore per eccellenza che ha sempre il passo del romanziere anche quando scrive racconti. Calvino, che ha avuto un’influenza incalcolabile sulla mia generazione perché ha rappresentato una concezione della letteratura come intelligenza, in tutti i sensi. E aggiungo un poeta: Montale. Mi preoccupa vedere che gli aspiranti poeti leggono più Alda Merini che Montale. Non perché nella Merini ci sia qualcosa che non va (tutt’altro), ma perché dalle sue opere e dalla sua storia personale un lettore disattento ricava facilmente un’idea banalizzata del rapporto fra vita e arte. Le promesse? Scommetto su Viola Di Grado, ha nella sua scrittura una potenza di fuoco spaventosa».

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