Nomi e luoghi – Quanti misteri

Saggistica – Il nuovo libro dello studioso di Linguistica dell’Università di Basilea Ottavio Lurati edito da Macchione di Varese
Nelle origini delle parole il senso delle nostre radici
Da dove deriva il nome di “Como”? E quelli di località come “Cantù”, “Intimiano” e “Turate”, che origine hanno? Il dibattito sulla toponomastica riceve nuovi stimoli da Nomi di luoghi e di famiglie e i loro perché?… (Varese, Macchione, pp. 271, 20 euro), dove a queste e a tante altre domande vengono date risposte documentate, e se rimane l’incertezza si hanno comunque indizi e riferimenti per ulteriori ricerche.
È il nuovo libro del noto studioso chiassese Ottavio Lurati,

autentico Indiana Jones della parola scritta e orale che mappa da decenni l’area insubrica e ha formato nel corso degli anni tanti specialisti all’Università di Basilea. Di cui è professore emerito di Linguistica.
Il saggio – che ha il patrocinio del Lions Club Lugano Ceresio, delle Fondazioni “Ticino Nostro” e “Pasquale Lucchini” di Lugano e della Fondazione “Ulrico Hoepli” di Zurigo – cerca di scoprire nei nomi di luoghi e persone «valori comunitari condivisi». Ed è circoscritto alla Lombardia (molte le ricerche su Comasco e Varesotto), al Canton Ticino e al Piemonte. Spiega, come detto, da dove nasce la parola “Como”. «Affonda le sue radici – scrive nel suo saggio Ottavio Lurati – nella particolare visione della natura che vige nella tarda romanità. I nostri antenati derivano e perpetuano Como da un termine celtico che suona “cumb” e che indica un’ampia conca sita tra le colline». Ed enumera altre occorrenze in cui la conformazione geografica detta i nomi delle cose: ad esempio “Cazzago” dal dialettale “cazza”, “recipiente”.
“Intimiano” poi, nome che dura almeno dal IX secolo dopo Cristo, secondo Lurati «è una coinvolgente sopravvivenza dall’antico termine bizantino “dema” che significava “misura” e che è durato a lungo passando anche nel linguaggio tecnico dei longobardi». E cita il caso di Campestro, nel Luganese, dove una vasta area fuori dall’abitato è denominata “andà in Dema”. «La qualifica dei loro avversari bizantini, i longobardi la fecero propria – annota Lurati – e la assunsero per indicare il confine. Da qui deriva anche (almeno dal 1100) il nome di “Indèmen”, italiano “Indemini”, in origine “in Dèmen” che in Val Veddasca segna tuttora il confine tra Italia e Svizzera: letteralmente “nella zona che è ai confini”».
Ci sono poi nomi di luoghi che sono per i linguisti veri misteri: ad esempio Menaggio. «In “Menas” – dice Lurati – si riconosce la pratica di condurvi (menare) il legname che proveniva dai boschi vicini e che sul lago veniva avviato verso i centri e, soprattutto, verso Como». Lo studioso tra l’altro non accetta l’appello al dialettale “gera” (ghiaia) per Gironico, e richiama all’ordine i linguisti e gli studiosi di toponomastica: meglio considerare una derivazione da “regionicum”, da “regium” e cioè “relativo al re”, al proprietario del territorio stesso. «Il fatto che Gironico fosse tra le prime località a essere registrate in documenti relativi alle realtà comasche mostra che aveva un’importanza particolare – annota Lurati – Era territorio regio».
Tra i «nomi enigmatici» c’è anche Erba: non rimanderebbe al banale prato, ma «a un’antica pertinenza con un sacello romano dedicato a Minerva», come del resto avverrebbe anche nel nome di “Manerbio” nel Bresciano. E per Turate? Lurati non si fida dell’origine germanica postulata da qualche studioso (sarebbe tirato in ballo «un ipotetico nome personale Theudo»), e propone in alternativa «di pensare piuttosto al latino “turris”», anche perché «sono molti i riferimenti a “torre” che si assodano nelle microtoponomastiche lombarde».
E i Bulgari che avrebbero dato il nome a Bulgarograsso? Tutte fole. «Siamo in presenza di un esito da “borgh”, zona fortificata, borgo. Dal diminutivo “burgulu”, “piccolo borgo”, si giungeva alla voce dialettale».

Lorenzo Morandotti

Nella foto:
Una veduta di Como con la sua particolare forma “a conca” (foto Aero Club Como)

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