Non di soli sussidi vive e cresce un Paese

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di Giorgio Civati

Di questi tempi problemi ce ne sono tanti, in primo luogo quello sanitario e a seguire, ma appena subito dopo, le questioni economiche derivanti dal Covid-19: fabbriche chiuse, stipendi in forse, posti di lavoro a rischio, un benessere conquistato in decenni ora traballante per molti. C’è di che far tremare i polsi a chiunque sia chiamato a metterci una pezza, politico navigato che sia o improvvisato frequentatore delle stanze dei bottoni.

Una soluzione, quale che sia, è insomma la benvenuta. Un tentativo di fare qualcosa – qualunque cosa – deve essere guardato con indulgenza, così come gli eventuali, inevitabili errori. Eppure, qualcosa non convince. Quello che ci appare evidente da parte dello Stato è infatti un passo verso un assistenzialismo ufficializzato e riconosciuto, una presenza forse bonaria – sempre che le cose funzionino, guardando a cassa integrazione in ritardo, contributi lentissimi, aiuti alle imprese difficili da ottenere e via elencando – ma sempre più invadente e diffusa. Normale? Inevitabile? Indispensabile?

Forse, o forse anche no. Perché, più che manovre per il rilancio dell’economia, più che sostegno al sistema economico, quasi tutto quello di cui sentiamo parlare da mesi come aiuti al Paese ci appaiono come mancette, elargite come si diceva magari con bonarietà, certamente con intenzioni ottime. Ma senza strategia, o forse con una strategia confusa e caotica.

Vorremmo sbagliare, ma ci pare che se da un lato manca un progetto, un’idea, una visione a lungo termine, dall’altro lato c’è invece netta la voglia di accontentare tutti. E siccome sarà impossibile riuscirci – i soldi son sempre pochi -, ecco che il risultato sarà mediocre. Se non peggio.

È vero che per chi non ha di che pagare la spesa serve un aiuto immediato, concreto. Però una nazione non può vivere e crescere coi sussidi a pioggia. Ha bisogno di crearla, la ricchezza, e non di farsela elargire come beneficenza.

Non sappiamo se dietro a questo modo di procedere c’è un disegno o, piuttosto, la mancanza assoluta di un disegno. Del resto la politica, questa politica, oggi più che mai agisce per un consenso, per un like, per un sondaggio. Difficile immaginare che chi ci governa pensi ai prossimi anni, alle prossime generazioni. Semmai, ci sembrano tutti attenti alle elezioni di domani o al massimo di dopodomani.

Il risultato, però, è che vediamo crescere uno Stato sempre più presente ma anche invadente, addirittura patrigno. Che ci accudisce, ma togliendo spazi – alla persona, alle imprese, addirittura alle libertà – anziché darne di nuovi.

Vero, da questo anomalo governo fatto da qualcosa che assomiglia, sia pur lontanamente, al Partito Comunista e da qualcosa d’altro, il Movimento 5 Stelle, che ancora non si capisce cosa sia, non ci si poteva aspettare la spinta verso un’economia liberista, per quanto corretta e incanalata in molte maniere verso una giustizia sociale necessaria. Ma troppo Stato, per colpa del Covid-19, ci sembra un’altra conseguenza nefasta e inaspettata del virus che ha messo in ginocchio il mondo.

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