Omicidio Mancuso, l’amico dell’imputato: «Non ha sparato lui, l’avrei riconosciuto»

Tribunale di Como, palazzo di giustizia

«Conosco Luciano Rullo da almeno 15 anni. Abbiamo fatto anche un Capodanno insieme in Calabria. Lo riconoscerei anche con un casco in testa, per il modo di camminare e muoversi. E secondo me non era lui…». A parlare, ieri, davanti alla Corte d’Assise di Como, è stato uno degli amici dell’uomo arrestato e a processo per essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Franco Mancuso, freddato con più colpi di pistola mentre giocava a carte nel cortiletto esterno del bar “Arcobaleno” di Bulgorello di Cadorago. Delitto che risale all’8 agosto 2008.
L’amico di Rullo, 49 anni, stava giocando al tavolo in cui sedeva Mancuso quando il killer fece il suo ingresso sulla scena.
«Ero appoggiato con la schiena al muro, guardavo verso il parcheggio – ha detto – Ho sentito il rombo di una moto. Poi è arrivato un uomo coperto con una giacca, con il casco integrale e gli occhiali da sole. Pensavo volesse prendere le sigarette».
«Poi ha messo la mano nella giacca, l’ha puntata al petto di Mancuso e ha esploso almeno tre colpi, non velocissimi. Una scheggia è arrivata anche dove ero seduto io. Sembrava grosso di corporatura, ma aveva la giacca. Franco ha cercato di scappare, si è aggrappato al bancone del bar ed è caduto a terra».
Poi la fuga del killer: «Si è allontanato, è anche inciampato e la moto non gli partiva… Io sono andato verso Mancuso, l’ho chiamato ma non rispondeva. Non c’era molto sangue attorno».
«Cosa pensammo? Che potesse aver pestato i piedi a qualcuno, oppure che avesse alzato la voce con la persona sbagliata».
Secondo la tesi della Direzione distrettuale antimafia, infatti, Mancuso sarebbe stato ucciso come conseguenza di un violento alterco avuto con uno degli imputati, Bartolomeo Iaconis, nato a Giffone, Reggio Calabria, 60 anni fa, che sarebbe il mandante. Luciano Rullo, 51enne di Como, sarebbe invece l’esecutore materiale del delitto. «Non era lui – ha però testimoniato l’amico di fronte alla Corte – lo riconoscerei anche con il casco in testa».
In aula è stato sentito anche il suocero dell’amico di Rullo, pure lui al bar quel giorno anche se seduto in un altro tavolo.
«Davo la schiena al tavolo dove era seduto Franco Mancuso», ha raccontato il 67enne, da poco uscito di cella dopo essere finito nei guai nell’ambito dell’operazione “Insubria” contro la malavita organizzata di stampo calabrese.
«Non ero un frequentatore del bar “Arcobaleno” – ha aggiunto – Ho sentito i botti, c’è stato un bel movimento, poi sono corso dietro all’uomo che scappava ma quando sono uscito dal cortiletto stava già svoltando l’angolo con la moto. Era appoggiato con il petto sul serbatoio ma non sono in grado di descrivere la moto e la targa».
«Ho saputo dell’arresto di Rullo quanto ero in carcere – ha poi concluso il testimone – Non sapevo nemmeno della riapertura delle indagini. Si, sono tornato al bar dopo quell’omicidio. Non vedo perché non avrei dovuto tornarci. Mi sono fatto delle domande su quanto accaduto, ma non ne ho mai parlato con nessuno».


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