Ospitalità, antica arte coltivata dai comaschi

Como centro e lungolago, foto dall'alto

Si accende il dibattito al capezzale di un malato grave, il complesso di San Lazzaro, a Como. Di recente in Senato è stata depositata una interrogazione al ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, in merito alla struttura di via Teresa Rimoldi a Como, l’antica chiesa annessa all’ospizio di San Lazzaro per i lebbrosi, fondato al tramonto del XII secolo per dare accoglienza e assistenza ai malati di lebbra abitanti nella convalle. Ma come nasce a Como l’arte dell’ospitare? La storica Stefania Duvia ha pubblicato diversi articoli sul tema dell’ospitalità a pagamento in area prealpina ed alpina e, su Como in particolare, una monografia: «Restati eran Thodeschi in su l’hospicio». Il ruolo degli osti in una città di confine (Como, secoli XV-XVI), Unicopli, Milano 2010.  Nel titolo è presente una citazione da un poemetto milanese del 1486, scritto da Bettino Uliciani da Trezzo, il quale descrive gli effetti di un’epidemia pestilenziale in Lombardia e, trattando di Como, si sofferma sull’immagine dei mercanti germanici “intrappolati” con le loro merci dentro l’albergo a causa dell’emergenza sanitaria in corso.
«La ricerca – dice Duvia – è stata in gran parte effettuata su fonti d’archivio, dunque in larga misura inedite, con particolare riferimento alla cospicua documentazione notarile conservata presso l’Archivio di Stato di Como e ai carteggi delle magistrature ducali, in parte giacenti nello stesso Archivio, ma soprattutto nell’Archivio di Stato di Milano. Il periodo che ho preso in considerazione nelle ricerche comprende l’intero Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento».
Dallo studio emergono la complessità della figura dell’albergatore e la polifunzionalità delle strutture ricettive, ampiamente attestate in città.
«Non si limitavano – spiega la studiosa – alla semplice fornitura di vitto e alloggio a persone e animali (i veicoli dell’epoca, talvolta condotti anche come merce da vendere). Gli albergatori comaschi si distinsero infatti nel ruolo di intermediari commerciali, soprattutto nei confronti dei mercanti provenienti dal nord delle Alpi. Grazie alla posizione geografica strategica in funzione dei valichi oltremontani, la città lariana nel basso Medioevo doveva buona parte della sua fortuna ai mercanti di origine germanica, provenienti dalla Confederazione e dall’Impero.  Fra i principali venditori di balle di lana grezza sulla piazza, questi commercianti esportavano poi nei loro Paesi i tessuti finiti made in Como, spesso di colori meravigliosi, dato che gli artigiani locali erano assai abili nella difficile arte della tintura».
«Figure di riferimento indispensabili in queste dinamiche dello scambio, gli albergatori fungevano da procuratori, agenti e, in caso di necessità, anche da interpreti, grazie al loro poliglottismo – prosegue – assumendo un ruolo di primo piano negli affari dei loro clienti; in molti casi, poi, erano essi stessi commercianti, non solo di lana, ma anche di altre categorie merceologiche, come rame lavorato, cuoio e carta. Inoltre, dal momento che gli osti erano quotidianamente a contatto con persone di passaggio e venivano a conoscenza d’informazioni d’oltre confine, le autorità pubbliche sfruttarono queste circostanze per affidare loro compiti amministrativi, di controllo e di polizia: gli albergatori dovevano dunque vegliare su persone e merci allo scopo di evitare problemi di ordine pubblico, sanitario e fiscale. A Como, peraltro, gli spazi stessi delle locande potevano supportare le esigenze dell’amministrazione comunale, ad esempio dando alloggio a ufficiali pubblici e reparti militari, oppure venendo utilizzati come luoghi adibiti alla compilazione di inventari finalizzati alla riscossione dei tributi».
In molte città dell’Italia centrosettentrionale abbondavano gli albergatori di origine tedesca. «A Como le redini dell’ospitalità nei confronti degli stranieri erano saldamente nelle mani di alcuni gruppi familiari locali – dice Duvia – impegnati per generazioni nell’accoglienza ai forestieri, tanto da gestire contemporaneamente più strutture ricettive sia nel centro urbano sia in località dei dintorni. Fra costoro spiccavano gli Inardi, oriundi di Vimercate, di cui poi si perdono le tracce nella prima metà del Cinquecento, e i più numerosi Della Porta, alcuni dei quali proseguirono con successo le relazioni col mondo transalpino anche in pieno XVI secolo».

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