Parole e atti della giustizia in linea con il comune sentire

Parole come pietre
di Marco Guggiari

Profugo e ladro. Un fatto di cronaca, in sè archiviabile con una scossa del capo e con il rischio della conferma di timori diffusi, genera altro grazie a chi amministra giustizia.
Il pubblico ministero che ha concordato il patteggiamento della pena di sei mesi, da scontare tutti in carcere, ha dato il tono esatto della gravità dell’azione commessa l’altro giorno da un giovane tunisino. E il vulnus è, al di là del reato, l’ingratitudine verso il Paese che gli dà accoglienza.
La motivazione

del pm ben evidenzia questa stridente coppia di opposti: il tentativo di rubare in cambio dell’ospitalità ricevuta. È uno schiaffo, un tradimento di fiducia. Da sottolineare, come saggiamente è stato fatto. Perché ci sono una generosità e una dignità offese, oltre che un attacco a beni di un legittimo proprietario.
La persona presa di mira è un agente della polizia stradale, dalla cui auto, proprio accanto alla Questura, la manolesta disonesta ha cercato di arraffare indebitamente. La disarmante motivazione data, a scoperta avvenuta – “Non sapevo che lì c’era la Questura” – è a sua volta un capolavoro a rovescio, che conferma la distanza tra dare e avere e il meritato soggiorno da trascorrere al Bassone.
Ecco un caso in cui atti e parole della giustizia sono in linea con il comune sentire. Che non è necessariamente becero e razzista, ma attento. E se percepisce una forte incoerenza, vuole risposte conseguenti. Questo vale per tutti, non soltanto per chi viene da lontano. È la semplice applicazione del criterio in uso nelle relazioni quotidiane, una specie di diritto naturale che, in quanto tale, è avvertito d’istinto in modo sostanziale e niente affatto formale.

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