Per rilanciare l’economia canturina occorrono idee e più dialogo politico

Voglio prendere spunto dalle numerose segnalazioni che dipingono la piazza di Cantù come una piazza vuota, non solo di persone e di cose, ma soprattutto di emozioni e stimoli all’aggregazione.
Voglio mettere in ordine anche una serie di valutazioni a favore dei negozi di vicinato, per rendere ancora vivibile una realtà come la nostra che va spegnendosi, come una candela.
Non che il problema sia solo di Cantù, o colpa dell’attuale sindaco, non scherziamo: il problema è serio e sentito

su tutto il territorio nazionale. Questo però non è che ci fa stare meno male, al contrario impone una politica che vada oltre i confini comunali coinvolgendo quelli contermini e tutti quelli che vi vorranno aderire per creare una vera alternativa all’angosciante politica dei giorni nostri e per ridare slancio non solo al Canturino, alla nostra economia, ma a tutto un territorio che si chiami comprensorio comasco, Regione Lombardia, Italia.
Per fare questo serve intelligenza, lungimiranza e spirito di sacrificio; non c’è niente di più difficile che dover ricostruire un contesto, sia esso urbano sia economico. Cantù ha le carte per proporsi come capofila, che era una prerogativa riconosciuta al nostro Comune anche nel recente passato.
Ho già avuto modo di esprime una forte preoccupazione circa le continue chiusure di attività nel Comune, in particolare nell’ambito del settore commercio, anche di aziende storiche. Non si può più amministrare in modo virtuoso se non si riparte dalla creazione delle condizioni per far crescere il lavoro, volano di ripresa dei consumi e quindi dell’intera economia.
Compito della politica, non solo di categoria, ma anche locale, è quella di indurre l’amministrazione all’apertura di consultazioni con le associazioni di categoria, proprio prendendo come inizio del dialogo le recenti e preoccupanti percentuali Istat relative al commercio al dettaglio che segnano un -3,8%, guidato dal -4,8% della grande distribuzione.
Altra questione di non poco conto, rispetto alla tutela del commercio al dettaglio e alle attività dei centri storici, è quella che riguarda parte del decreto «Salva Italia». Esiste ora una forma di tutela degli interessi del commercio, ma che privilegia solo la grande distribuzione. Questo è quanto avvenuto con la deregulation degli orari del famigerato decreto «Salva Italia».
Il piccolo commercio a simili condizioni rischia di scomparire, schiacciato dai colossi della grande distribuzione, pronti a sacrificare giorni di riposo e a procedere a colpi di aperture no stop nella disperata caccia al cliente, cosa che gran parte degli esercizi commerciali non sono in grado di fare.
Tutto ciò pregiudicherà la salvaguardia dei centri storici e la funzione sociale dei negozi di vicinato, con ricadute negative sia sul piano della vita delle città, sia su quello della sicurezza dei cittadini; infatti, ad ogni chiusura corrisponde un impoverimento dell’offerta commerciale, che depaupera anche quel presidio che le attività mercantili garantiscono ai centri storici, svolgendo un’importante funzione di controllo del territorio a tutela del cittadino. Ritengo, pertanto, che così facendo si mortifichi la vera libertà di concorrenza, creando scenari preoccupanti per il futuro del comparto. Il commercio e il turismo stanno attraversando un momento difficile a causa della crisi dei consumi, cui si aggiungono, come si diceva, una grave disattenzione politica e legislativa unitamente a un inasprimento fiscale ormai insostenibile e destinato ad aggravarsi nel prossimo futuro: a ciò le imprese non riusciranno a reggere e c’è il rischio di provocare un serio impoverimento del tessuto produttivo.
A titolo d’esempio, cito la Tares, un’imposta che si concretizzerà in un’altra pesante mazzata su imprese e cittadini, l’ennesima patrimoniale. Dobbiamo intervenire tutti insieme affinché l’impatto su imprese e cittadini di questa nuova gabella sia il meno pesante possibile. Il costo dei rifiuti non sarà legato alla loro produzione, ma alla dimensione dell’edificio, indipendentemente dalla natura e dal volume di rifiuti prodotti, e questo è assolutamente iniquo.

Renato Meroni

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