«Perché la riduzione dei parlamentari può penalizzare il nostro territorio»

«La proposta di legge costituzionale, già approvata due volte dal Senato e una volta alla Camera e oggi all’ordine del giorno nel confronto per una possibile soluzione della crisi politica, prevede di ridurre da 630 a 400 i deputati e da 315 a 200 i senatori. La motivazione presentata è sempre la stessa: in questo modo, si afferma, vengono ridotti i costi della politica. Quasi nulla, però, viene detto sugli effetti che la riduzione può avere sulla partecipazione dei cittadini e sulle forme della loro rappresentanza».Il sociologo comasco Beppe Livio, da sempre attento alle questioni relative al rapporto tra democrazia, istituzioni e società, interviene su una delle vicende oggi al centro della discussione politica: la riduzione del numero dei parlamentari. Quasi una bandiera per il Movimento 5 Stelle, che considera questa riforma uno dei suoi più importanti obiettivi politici.«La diminuzione dei parlamentari ci può stare ma deve essere attentamente valutata nei suoi effetti sulla rappresentanza e sulla partecipazione dei cittadini – dice però Livio – Si corre infatti il rischio che le zone più periferiche, presenti anche in Lombardia, siano ulteriormente emarginate dalla vita politica del Paese».Il ragionamento del sociologo comasco si fonda su due punti, tra loro strettamente legati.Il primo: «Assieme a una riduzione degli eletti è assolutamente necessaria una nuova legge elettorale proporzionale».Il secondo: «Se applicata con la legge elettorale vigente, la riduzione dei parlamentari aumenterebbe il potere dei grandi partiti e delle segreterie, oppure del capo carismatico. I candidati e i potenziali eletti potrebbero essere scelti ancora più facilmente a scapito dei cittadini, i quali com’è noto non possono esprimere preferenze».La proposta di riforma costituzionale che è stata già approvata tre volte dal Parlamento non ha, secondo Livio, «minimamente tenuto conto di questi aspetti perché è nata con un obiettivo totalmente diverso, ovvero diminuire i costi della politica. In realtà, anche questo obiettivo non viene raggiunto, perché la riduzione del numero dei parlamentari non contrae automaticamente i costi vivi di funzionamento della Camera e del Senato, ma si limita a un risparmio sulle indennità, che si sarebbero comunque potute tagliare». A detta di Livio, quindi, il taglio degli stipendi avrebbe probabilmente permesso un identico risultato senza che fosse compressa la rappresentatività dei singoli parlamentari.«Prendiamo l’esempio della nostra circoscrizione (Lombardia 2, ndr) – dice Livio – Nelle elezioni politiche del 2018 il quoziente elettorale nazionale è stato pari a 96.171 abitanti. Nelle province di Varese, Como, Sondrio e Lecco, in cui vivono oltre 2 milioni di persone, sono stati eletti 22 parlamentari. Con la proposta di riforma, che prevede solo 400 deputati (394 in Italia e 6 all’estero), il quoziente elettorale nazionale salirebbe a 150.847. A Circoscrizioni invariate, i deputati da eleggere nelle quattro province pedemontane diventerebbero 13, quindi 9 in meno». Como non riuscirebbe, probabilmente, ad avere più di 3 o 4 deputati (oggi sono 6), ma ciò che più spaventa Livio è lo stravolgimento di fatto del sistema elettorale. «Nella nostra Circoscrizione, gli eletti nelle liste del proporzionale sarebbe infatti 8 contro gli attuali 14, mentre gli eletti nei collegi uninominali sarebbero 5 (oggi sono 8). In questo modo – sostiene il sociologo comasco – la legge elettorale diventerebbe ancor più maggioritaria, alzando in modo elevato la soglia di sbarramento per i partiti minori». Non solo: «il quoziente dei 150.847 abitanti, inevitabilmente, rafforzerebbe il potere delle città nei confronti delle zone più periferiche. Le prime potrebbero più facilmente avere il loro deputato mentre per le seconde diventerebbe ancora più difficile per le zone periferiche». Un altro limite alla capacità della politica di rappresentare tutto il territorio.