Presunte mazzette all’Agenzia delle Entrate: arrestati Stefano e Antonio Pennestrì

Da sinistra, Antonio e Stefano Pennestrì

Quella esplosa ieri mattina all’alba, anticipata da un giorno intero di perquisizioni a tappeto della guardia di finanza, è una bomba della cui portata e dimensione non è ancora possibile riferire con precisione, in quanto non conosciuta e, soprattutto, ancora in fase di deflagrazione. La Procura di Como, su richiesta del pubblico ministero Pasquale Addesso, ha ottenuto dal giudice delle indagini preliminari Maria Luisa Lo Gatto una ordinanza di custodia cautelare a carico di cinque persone (quattro in carcere, una ai domiciliari) coinvolte in un presunto sistema di corruzione che ruotava – secondo la tesi accusatoria – attorno allo studio dei commercialisti Antonio e Stefano Pennestrì e a funzionari compiacenti dell’Agenzia delle Entrate. In cella al Bassone sono finiti i due professionisti già citati, ritenuti essere «mediatori della corruzione» (padre e figlio, il primo di 78 anni, il secondo di 43), più Roberto Leoni (66 anni, direttore dell’Agenzia delle Entrate di Como nel periodo compreso tra il mese di aprile del 2017 e il 31 dicembre 2018), e Stefano La Verde (47 anni tra pochi giorni, capo team dell’ufficio legale dell’Agenzia). Questi ultimi due sono definiti dall’ordinanza i “corrotti”, mentre ai domiciliari è finito il presunto “corruttore”, Andrea Butti, 60 anni, titolare del 33% del capitale sociale della Tintoria Butti srl.

Le accuse nei loro confronti parlano – a vario titolo – di corruzione e, per Leoni e i due Pennestrì, anche di rivelazione di segreti d’ufficio. Secondo quanto sostenuto dal pm, indagine che ha ricevuto un primo avallo dal giudice che ha emesso l’ordinanza, i due commercialisti avrebbero messo in piedi – grazie alle conoscenze e frequentazioni con i funzionari arrestati – un sistema di operazioni tese ad abbattere l’imponibile anche tramite la registrazione di fatture inesistenti. Quando poi la verifica dell’Agenzia delle Entrate partiva, intervenivano per “sistemare” la situazione, pagando il disturbo al funzionario per comportarsi bene – in favore della difesa – nel corso dell’udienza di discussione di fronte alla Commissione Tributaria di Como. Un lavoro da “saldare”, motivo per cui in una intercettazione veniva chiesto il corso ricevendo in risposta: «Vedi tu… di regola non ho un tariffario».

Eloquente, per il modo di agire degli indagati, è proprio il caso della Tintoria Butti, che ricevette un avviso di accertamento dall’Agenzia delle Entrate per 524.669 euro. L’intermediazione dei Pennestrì e di Leoni avrebbe portato ad un accordo sulla conciliazione giudiziale da 25mila euro. Posizione che poi fu sostenuta – con argomentazioni a favore della difesa – anche in Commissione dal funzionario dell’Agenzia delle Entrate.
Curioso il fatto che l’udienza stessa fu preparata con quello che viene definito «un teatrino», ovvero una recita fatta nello studio di Pennestrì nei giorni precedenti, con tutte le componendi presenti e riproducendo quello che avrebbe dovuto essere detto l’indomani. Summit organizzato con uno scambio criptico di sms tra Stefano Pennestrì e Stefano La Verde: «Stamane ho visto Agassi, sono pronto per la partita. Spettacolo! Venerdì pomeriggio facciamo due palleggi?».

Fatti, questi ultimi, avvenuti nel mese di marzo di quest’anno. Ma c’è dell’altro, perché la Procura di Como contesta la rivelazione di segreti d’ufficio, come la diffusione del nome delle aziende che nel 2019 avrebbero dovuto ricevere la visita dell’Agenzia. Gli interrogatori degli arrestati inizieranno già oggi con l’imprenditore ai domiciliari. Gli arrestati sono tutti in strutture penitenziarie diverse, e verranno sentiti per rogatoria. Nelle immagini girate dalla guardia di finanza nel corso delle indagini, è finito pure un passaggio di contanti (2.000 euro) da Stefano Pennestrì a La Verde proprio per il suo “impegno” di fronte alla commissione tributaria.

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