Produzioni non autorizzate: quando l’etica non è rispettata

Il caso di cui si parla con insistenza
Etica e lavoro. Correttezza e concorrenza. Non sono i temi dell’ennesimo dibattito teorico ma una discussione tutta comasca che sta prendendo forma in questi giorni. Già, perché sta succedendo qualcosa all’interno del distretto serico comasco.
Qualcosa di non ben definibile e soprattutto per niente ufficiale, che però potrebbe rappresentare una specie di “terremoto”. Da settimane, infatti, pare che uno dei big mondiali della moda stia cercando nuovi fornitori all’interno del made in
Como. Non si tratterebbe di ordini del tutto nuovi, ma di una ridistribuzione di ordini revocati a un’azienda lariana. Siamo nel campo dei “si dice”, dei “forse”. Che però sono sempre più numerosi e perciò assumono spessore.
Ai quali si aggiunge un’altra indicazione: un secondo marchio storico del lusso, questa volta italiano, starebbe per cambiare fornitore lariano di tessuti e accessori serici. Stessa storia: contratti in essere col fornitore comasco di sempre stoppati quasi del tutto, e nuove commesse ad altre aziende.
Tutto bene, visto che il lavoro comunque resta sempre a Como? Non proprio, perché le voci che si rincorrono in questa torrida estate tra gli addetti ai lavori indicano una possibile causa di tali sconvolgimenti. E cioè la produzione non autorizzata, abusiva, di capi, accessori e tessuti griffati. Pezze, foulard, metri e metri di tessuto probabilmente destinati a un mercato “parallelo”.
Alla faccia dell’etica e della legalità spesso dibattute e altrettanto di frequente sbandierate tra gli operatori, delle accuse di concorrenza sleale ai soliti cinesi. Mentre invece gli scorretti sarebbero i comaschi, o meglio alcuni di loro.
Ovvio, nessuno si illudeva. Scopiazzature di disegni, a volte modificati soltanto in parte e altre volte nemmeno ritoccati, sono all’ordine del giorno anche a Como. Tra colleghi e concorrenti c’è chi studia, crea, propone, suggerisce a clienti e stilisti. E chi, arrivando dopo, copia il lavoro altrui magari giocando sui prezzi al ribasso avendo “risparmiato” sulla fase creativa. E, del resto, in un mondo come quello del tessile dove si è già inventato quasi tutto, come può non essere sul limite della copiatura? Ciò che sarebbe accaduto, tuttavia, è ben differente. E uno o forse due big del fashion mondiale avrebbero oggi buone ragioni per considerare come inaffidabile un’azienda lariana.
Le cifre in ballo sono consistenti, così come importantissimo è il rapporto cliente-fornitore, lo sbocco sul mercato finale, l’importanza dei contatti commerciali con big del genere. Ma anche la perdita d’immagine: se fosse tutto confermato sulle contraffazioni “made in Como”, i danni sarebbero certamente forti per la singola azienda ma la perdita di ordini varrebbe centinaia di migliaia di euro, forse anche di più, pure per l’intero distretto.
L’ultimo tassello della vicenda si è registrato mercoledì scorso, con l’annuncio dell’uscita da Confindustria della Clerici Tessuto, una delle aziende principali del made in Como della seta. “Questioni di etica e di morale” che l’associazione di via Raimondi avrebbe difeso con troppo poco impegno, si è limitato a scrivere Alessandro Tessuto in una lettera ai vertici di via Raimondi. Questa volta, però, la missiva indica chiaramente nello scarso contrasto alla contraffazione il vero motivo della rottura. “Non aggiungo alcunché, non confermo altro se non l’intenzione di uscire da Confindustria Como con la mia azienda per motivi di etica e di morale”, afferma Tessuto. Ma è certa l’arrabbiatura dell’imprenditore nei confronti di chi non si schiera in modo deciso contro i “cinesi made in Como”. Già, perché i “cinesi” siamo anche noi.

Giorgio Civati

Nella foto:
Rotoli di seta prodotti dal made in Como

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