QUEI SIMBOLI DEL PASSATO SONO UN BENE COLLETTIVO

di LORENZO MORANDOTTI

La ferita degli alberghi dismessi
Sono giganti feriti e abbandonati (alla quasi totale mancanza di cure e all’indifferenza) di cui è purtroppo ricco il Lario. A volte, guardandoli, ci si chiede se, per loro, l’eutanasia non sarebbe, tutto sommato, il minore dei mali: un po’ di plastico, un contatto elettrico e passa la paura. Troppi tentativi andati a vuoto, troppe cure palliative senza risultato, troppe promesse prive di esito se non quello di rimandare a orizzonti pressoché infiniti una soluzione certa.
Per ora dormono

sonni placidi, in apparenza. Ma il loro muto persistere urla al mondo l’insipienza del territorio. Che prima li ha voluti, poi li ha usati e ora li ospita, o meglio li tollera. Come fantasmi. Peccato che non risiedano in soffitte piene di ragnatele ma hanno l’ardire di restare là dove sono stati creati e cioè al centro di paesaggi notoriamente meravigliosi, dove spiccano come inconsapevoli monumenti all’inazione.
Ora il loro passato glorioso si legge solo in filigrana, tra ruderi che sono ben poco invidiabili biglietti da visita. Infatti rappresentano l’altra faccia della medaglia di un territorio che si vorrebbe chiamato alla vocazione turistica di un tempo, quando quei mastodonti furono progettati per ospitare personalità del gran mondo ed essere poli di eccellenza. Ma bando alle nostalgie: questo è un territorio che non sa far valere la propria memoria sul piatto del mercato.
E così, sul Lario, si contano molti simboli di un fasto e di una capacità d’intrapresa ormai antichi. Tra cui, appunto, i tanti alberghi dismessi, chiusi da anni e lasciati preda dei vandali. Impressiona, ad esempio, il Grand Hotel Milano di Brunate, albergo bellissimo su un “balcone” tra i più affascinanti d’Italia, e senza futuro. O il Grande Bretagne, chiuso da oltre vent’anni e sempre più fatiscente. La storia qui agisce impietosa: mentre scende la china in modo che pare inesorabile – anche se qualche spiraglio ogni tanto si riaccende all’orizzonte – la fama della Bellagio che lo ospita si è consolidata come simbolo di charme e arte dell’accoglienza, e come “Perla del Lario” nel cuore di tanti turisti italiani e soprattutto stranieri. Al punto che a Las Vegas le hanno intitolato un albergo, poi celebrato anche al cinema grazie al kolossal Ocean’s Eleven.
Insomma, come mai queste strutture, strategiche sulla carta, sono state abbandonate? È mai possibile che nella Como che si dice e si vuole turistica non si trovino imprenditori per far risorgere, magari con altre funzioni e altri ruoli, queste cattedrali spente?
Certo, attraversiamo tempi di crisi feroce: complicano la vita a ogni piano di rilancio che voglia reggere le intemperie economiche cui va incontro un’impresa, piccola o grande che sia. Qui, poi, siamo di fronte a investimenti di sicuro molto impegnativi, che rischiano di scoraggiare anche le imprese e le cordate più audaci. Qui, però, entrano in gioco anche altre verità. E cioè concetti come il bene pubblico e l’interesse collettivo: dove cioè non possono arrivare i singoli operatori del territorio per azioni di tutela e rilancio, di fronte a testimoni dal passato così autorevole, dovrebbero poter giocare un ruolo di coordinamento e indirizzo almeno le istituzioni sovraterritoriali. Sarebbe un ottimo banco di prova per testarne l’efficacia.

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