«Riporterò la squadra in A, perché Cantù è Serie A», intervista a Marco Sodini

Marco Sodini, coach della Pallacanestro Cantù

«Il primo giorno di scuola non può non andare bene, gli “studenti” sono tutti attenti». Scherza Marco Sodini, primo allenatore della Pallacanestro Cantù, reduce dal raduno con la sua squadra che lunedì, al “Toto Caimi” di Vighizzolo, si è ritrovata per il primo allenamento.
Il team è quasi al completo: mancano Robert Johnson, atteso per questa settimana, e Jordan Bayehe impegnato nella Coppa d’Africa.
«Con alcuni ragazzi c’è stata una prima conoscenza, con lo staff un primo incontro dopo mille cose fatte a distanza – racconta Marco Sodini – c’è la sensazione del corpo che in tempo di Covid è qualcosa di ancora più estremo».
«Grazie al progetto Giovani Cantù eravamo in sedici – continua i coach – dunque un’ampia scelta di alto livello, con la possibilità di lavorar bene fin dall’inizio, non ci sono state assolutamente difficoltà. Ho sdoganato l’ambizione, che credo sia imprescindibile per una squadra come Cantù: quello che vogliamo è niente di diverso dal riportare Cantù in serie A, perché Cantù è Serie A».
Sodini, che cosa significa, per un allenatore, passare dalla massima serie all’A2?
«Faccio la A2 da tre anni, ho seguito Capo d’Orlando, ho fatto una finale play off, ho vinto un campionato… credo che dal punto di vista del concetto ci siano differenze profonde tra serie A e A2, dal punto di vista tecnico meno. Mi spiego: la serie A2 dovrebbe essere il punto più alto della formazione dei giocatori, è un campionato formalmente non professionistico ma sostanzialmente tale, dove negli ultimi anni sono state date opportunità maggiori a giocatori giovani, in linea di principio preparati per salire al livello più alto. Quanto alla qualità tecnica degli allenatori, ha poco da invidiare a quelli della serie A, non c’è assolutamente uno sminuire il ruolo. Abbiamo un obiettivo sportivo assolutamente chiaro e ben delineato, la società ha fatto di tutto per fare la serie A, non è stato possibile e ci dobbiamo tornare sul campo; io, poi, sono noto per avere un occhio di riguardo per i ragazzi giovani e quest’anno la costruzione della squadra ha cercato i migliori giocatori possibili, avendo anche la disponibilità economica».
Lei è stato allenatore della nazionale maschile Under 18 e Under 15. Ha seguito le Olimpiadi? Cosa le è piaciuto e cosa no della nostra nazionale arrivata fino ai quarti?
«Per me la nazionale giovanile è un sogno compiuto, quella maggiore ancora non sono riuscito ad allenarla e le Olimpiadi sono il mio sogno di bambino… da allenatore uno dei miei sogni sarebbe proprio vivere un’esperienza olimpica. L’unica cosa che non mi è piaciuta sono state le critiche, la cultura sportiva italiana ragiona solo sul “primo al mondo”, non si capisce che essere il numero 15 significa avere tutti gli altri dietro. L’esperienza alle Olimpiadi credo debba servire da pretesto per rimodulare la pallacanestro, c’è bisogno di una rivoluzione copernicana».
In che senso?
«Bisognerebbe strutturare le cose in modo che ci sia una continuità nella formazione dei giocatori, affinché i club possano proporre degli investimenti, perché si favorisca il ricambio generazionale, che ultimamente non c’è, vorrei che si partisse dalla base per avere una pallacanestro culturalmente diversa, il professionismo deve essere visto in un’ottica imprenditoriale, lo sviluppo dei giocatori deve portare ritorni che possano spingere a investire sulla formazione dei giovani, ci vorrebbe un intervento politico sullo sport in generale e non solo nel momento delle Olimpiadi; mi piacerebbe poi che ci fosse un riconoscimento etico della figura del lavoratore sportivo e che la parola “sport” tornasse nella Costituzione italiana, c’era ma il fascismo ne abusò per la propaganda, oggi servirebbe per una politica di inclusione e aggregazione».
Lei è stato assistente di tre allenatori canturini molto diversi tra loro, Kurtinaitis, Bolshakov e Recalcati, che cosa le hanno lasciato in una parola?
«Da Recalcati ho imparato la pallacanestro, da Kurtinaitis una visione diversa di “alto livello”, Bolshakov è un allenatore vecchia scuola ma è una persona che ha la capacità di sorridere anche quando le cose non vanno bene».
In chiusura la domanda più semplice, e anche la più difficile: che cosa è per lei il basket?
«Rispondo con un palindromo: per me il basket è l’essenza delle cose e l’essenza delle cose sta del basket, il fatto è che io sono nato dentro la pallacanestro, mio padre giocava a basket, mia sorella anche, se devo essere concretamente me stesso il basket è la perfetta metafora di come intendo la vita, è una parte di me stesso che amo… sono egoisticamente consapevole del fatto che stando in campo e allenando sto sempre bene».

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