Ristori, il governo dimentica i negozi di scarpe

Secondo lockdown

Prima settimana di chiusura forzata per tante attività commerciali anche sul territorio.
Dalla lettura del decreto sui ristori, gli aiuti a chi deve tenere la serranda abbassata sono emersi errori gravi: è il caso del settore abbigliamento, come evidenzia Marco Cassina, presidente di Federmoda Como di Confcommercio.
«L’errore più marchiano – dice Cassina – è stato escludere dai ristori chi vende scarpe. Ma come si fa? Per gli aiuti così, come per le chiusure, valgono i codici Ateco. Alcuni sono stati dimenticati da chi ha scritto i ristori. Quella dei codici è poi sempre una scelta discutibile, visto che viene considerato il codice Ateco principale. Ci sono negozi che hanno la vendita delle calzature come principale, ma che oggi commercializzano anche altro e sarebbero tutti esclusi. Poi c’è chi vende articoli per l’infanzia, ad esempio. Può restare aperto, ma non vende nulla, perché chi si muove oggi non ha certo la testa di fare acquisti, così deve tenere aperto e non avrà alcun aiuto. Tutte le categorie stanno facendo degli sforzi, ma queste non vanno vanificati. Speriamo di riaprire ai primi di dicembre», conclude Marco Cassina.
È subito apparsa difficile da digerire anche la chiusura delle esposizioni di mobili, spazi molto grandi e con un afflusso di clienti limitato. «Ho appena sentito due associati, uno ha un’esposizione di 2mila metri, l’altro un po’ meno. Ma in una giornata farebbero i salti di gioia se entrassero 30-40 persone, invece devono stare chiusi», sottolinea Enzo Fantinato, funzionario della Cna del Lario e della Brianza. «Capisco che si debba evitare in ogni modo la diffusione della pandemia e che non ci possiamo permettere di fermare le attività produttive, ma a volte, chi firma i decreti sembra non conoscere l’economia nazionale, che è un’economia di filiera».
Chiudere i negozi di mobili, insomma, mette in crisi chi li produce. «Come chiudere i bar ferma i laboratori di pasticceria. Ci sono tessiture che lavoravano solo per gli hotel e i ristoranti, producono tovaglie. Hanno i telai fermi da questa primavera – sottolinea ancora Fantinato – E non riceveranno una lira dagli aiuti, visto che loro potrebbero continuare a produrre. L’unica boccata d’ossigeno è data dal rinvio delle tasse».

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