Le nuove generazioni e i danni della pandemia

opinioni e commenti di adria bartolich

di Adria Bartolich

Triste vita quella dei giovani al tempo del terzio millennio? Sembrerebbe di sì, almeno a sentire il quadro che se ne fa generalmente sui mezzi d’informazione e sui social. Certo, le ultime generazioni sono quelle che dal punto di vista delle cose materiali se la passano meglio di tutte quelle precedenti.

Non possiamo però evitare di vedere che quello che incide negativamente sullo spirito e sull’umore dei nostri ragazzi è la palese incertezza per il futuro. Anche se sembra un controsenso se paragonata alla quantità di beni di cui i nostri ragazzi dispongono e alle opportunità che una società, sebbene in crisi, ma comunque opulenta come la nostra, offre loro. Intere generazioni di giovani stanchi e demotivati, ovviamente con le dovute eccezioni, spesso relegati in casa anche prima del Covid, davanti a uno  smartphone sempre operativo e incandescente, persino in alcuni casi durante le ore notturne, veicolo di contatti e relazioni, a volte corrette e normali con i coetanei, altre volte sbagliate e disorientanti con il primo malintenzionato che in esso fa capolino. Spesso figli unici, con poche amicizie e rapporti, quando ci sono, mediati dall’attività che si fa insieme, sport o culturale che sia. Pochi rapporti umani diretti e non filtrati da interessi specifici.

Il paradosso quindi è che di fronte a un mare di occasioni ci si senta più soli di prima, quando poveri e senza nulla o quasi si riusciva semplicemente a giocare o a stare su un muretto tutto il pomeriggio a parlare del più e del meno.

In quest’epoca asettica, dell’estetica ma anche della superficialità trionfante, non di rado ci si trova di fronte a ragazzi che riflettono sulla vita quasi fossero dei piccoli adulti per poi comportarsi in modo estremamente infantile davanti alle prime difficoltà. Non è raro sentirsi soli, specie se non si è all’altezza dei modelli sociali che vengono imposti anche a bambini molto piccoli. La bellezza, le firme, la prestazione fisica o scolastica, propedeutica almeno sulla carta, al conseguimento di qualche prestigioso titolo di studio o premio che possa costituire un trampolino di lancio per affrontare bene la vita (ma molti non ci credono  poi più di tanto). In questo panorama già incerto si è inserito l’isolamento del Covid, che per molti ha costituito l’aggravante di una condizione già complicata. La didattica a distanza certo trasferisce nozioni e competenze, soprattutto quelle tecnologiche, ma evidenzia impietosamente le differenze sociali, l’accesso a beni di consumo come sono a tutti gli effetti i devices, e limita ancora di più l’accesso a spazi sociali a chi già ne aveva pochi. Perciò aumentano i casi, tra i ragazzi, di depressione e addirittura gli episodi di autolesionismo.

Non sappiamo quanto durerà questa pandemia, è essenziale che si avvii un raccordo tra enti locali e tutto quello che esiste sul territorio sul piano associativo, per creare occasioni di incontro fra i nostri giovani.

Altrimenti il post pandemia potrebbe essere peggiore della pandemia.

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