Le parole chiave che raccontano la pandemia

opinioni e commenti di agostino clerici

di Agostino Clerici

La storia della pandemia, almeno qui in Italia, ha conosciuto tre fasi, contrassegnata ciascuna dalla prevalenza (e non solo nell’uso mediatico) di una parola chiave. La prima fase è stata quella delle mascherine. Non ce n’erano a sufficienza, nemmeno negli ospedali e nelle residenze sanitarie per gli anziani. Qualcuno osò addirittura affermare che non servivano, ma sono poi diventate una fastidiosa ovvietà, tanto che tutti sogniamo di poter tornare presto ad una vita finalmente a volto scoperto.

La seconda fase è stata quella dei tamponi. Se ne facevano troppo pochi e così non si riusciva a tracciare il contagio e il virus circolava indisturbato. Ora, tutte le sere ci viene annunciato il numero dei tamponi accanto a quello dei contagi e il tasso che ne deriva è uno degli elementi per valutare le norme di chiusure e distanziamenti regione per regione (gli ormai famosi colori). Anche dei tamponi vorremmo farne a meno, ma essi sono ancora il lasciapassare richiesto per gli spostamenti, in attesa che questo compito di più completa rassicurazione passi ad un altro strumento, il vaccino.

La terza fase è appunto quella dei vaccini, cominciata subito dopo Natale ma che a Pasqua annaspava ancora tra mille difficoltà. Perché di vaccini ce ne sono pochi, meno di quelli che sarebbe necessario avere per adeguare il piano vaccinale del Paese, meno di quelli a suo tempo promessi dalle aziende farmaceutiche che li producono.

C’è chi ostinatamente ricerca i responsabili di tutte queste lentezze. Ma è indubbio che qualche errore l’hanno fatto tutti, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Del resto, quando l’uomo affronta qualcosa che lo insidia per la prima volta, gli errori sono veri e propri paletti del cammino e anche da essi si impara ad affrontare sempre meglio la situazione. A me l’immagine della guerra non piace, ma è indubbiamente efficace per descrivere la lotta contro la pandemia. All’inizio sono mancate le trincee (mascherine) per ripararsi dall’artiglieria nemica. Poi è mancata una strategia (tamponi) per valutare il posizionamento del nemico. Ora mancano le munizioni (vaccini) da mettere nei cannoni per organizzare la controffensiva.

Manca sempre qualcosa nel momento in cui dovrebbe esserci, e questa penuria di ciò che si considera essenziale scatena sempre una coda di lamentazioni, che sono comprensibili, a patto che non debordino nella violenza o più subdolamente nella ricerca di una via privilegiata. Se il piano vaccinale deciso dal Governo procede secondo l’età e i vaccini sono già pochi per rispettare la tabella di marcia, è inutile accampare diritti di precedenza per categorie o per territori. Lo so che la paura inibisce i freni della furberia e dell’arroganza. Lo so che non vanno dimenticate le legittime esigenze sul piano dell’economia e del turismo in particolare, che premono con l’avvicinarsi dell’estate. Ma qualcuno deve tenere le briglie del bene comune.

Un provider di servizi telefonici agli inizi del nuovo secolo metteva in bocca alla sua bella testimonial un’espressione di improbabile individualismo: «Tutto intorno a te». In questi giorni lo slogan è cambiato in una direzione che si direbbe socialmente sostenibile: «Insieme noi possiamo». Anche il mondo della pubblicità ha capito che cosa ci serve davvero.

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