L’evidenza delle nostre cinque crisi

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di Marco Guggiari

Le cronache della pandemia questa settimana riecheggiano l’eco di cinque diversi tipi di crisi che attraversano l’Italia e le nostre vite. La prima crisi riguarda i movimenti. La sperimentiamo dallo scorso mese di marzo, ma qui nel Comasco ha avuto un’ulteriore evidenza nei giorni scorsi. Giovedì la Svizzera ha bloccato alla frontiera i suoi treni diretti nel nostro Paese: impossibile garantire le misure di sicurezza da noi richieste. Il problema è stato rapidamente risolto con un incontro tra i governi delle due nazioni, ma un brivido ha percorso i 5mila frontalieri italiani, molti dei quali comaschi, che lavorano in Canton Ticino e che utilizzano quotidianamente questa modalità di trasporto. Il coronavirus evidenzia una volta di più come collegamenti e prassi a cui siamo abituati non siano più scontati. I treni TiLo, fortunatamente per poche ore, sono stati il simbolo di come tutto possa cambiare all’improvviso e di quanto sia difficile fare come se ogni cosa potesse restare o tornare come prima. A riprova di ciò, da oggi viviamo (e rischiamo) il colore giallo della Lombardia come una sorta di liberazione. E attendiamo con impazienza la speranza (e il rischio) di deroghe per gli spostamenti tra i Comuni nel giorno di Natale. È il comprensibile desiderio di una settimana e di un giorno (o due, o tre) di ritorno ai tempi in cui si circolava liberamente.

La seconda crisi è quella dell’efficienza italiana, enfatizzata dalla situazione che stiamo vivendo. L’applicazione “Io” per il rimborso fino a 150 euro sugli acquisti tracciabili sino al 31 dicembre è stata l’occasione per il solito caos. Era già successo, dai bonus per i ristori ai contributi per biciclette e monopattini. Proprio non ci siamo con le tecnologie. Non ci si attrezza mai. Quella dell’efficienza in generale è una grande arretratezza da superare, una montagna ancora da scalare.

La terza crisi è quella delle prerogative. A inizio settimana l’Abruzzo ha deciso unilateralmente di uscire dalla zona rossa e diventare arancione in nome di una manciata di ore di shopping.  Libere iniziative in spregio a tutto. Un giorno, quando questo Paese avrà meno problemi, bisognerà pur fare il punto sulle competenze dello Stato e delle Regioni. Il tipo di federalismo varato in fretta e furia nel 2001 mostra i suoi limiti e le sue contraddizioni perché ognuno vuole riservarsi tutte le prerogative, si ritiene libero di decidere per sé, trascurando di essere a sua volta istituzione.

Altra crisi concerne la consapevolezza. La sanità ha bisogno di molte più risorse europee rispetto a quelle per ora destinate dal governo. Nove miliardi non bastano se si vuole davvero cambiare il servizio sanitario nazionale e creare una vera medicina del territorio. Gli esperti dicono che ne servono almeno il triplo e che occorrono ambulatori ogni 10mila abitanti, migliaia di posti letto in strutture intermedie tra ospedali e casa, assistenza domiciliare ai malati cronici. Cos’altro deve succedere in questo 2020 perché cresca la consapevolezza per un ambito tanto cruciale?

Infine, la crisi della politica. Torna l’antico rito della verifica. Tra i protagonisti più attivi, vecchi, nuovi e seminuovi, spiccano individualismo, ego smisurato, eccesso di accentramento, leaderismo esasperato, mancanza di collegialità.

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