L’ostello per gli euro o per i giovani?

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di Marco Guggiari

C’è una grande contraddizione tra il costante exploit turistico di Como e l’assenza di un ostello che offra la possibilità di brevi soggiorni a prezzi calmierati a beneficio dei giovani di tutto il mondo. Sappiamo bene che le presenze a cui richiama la nostra città sono, mediamente, di visitatori e strutture con tipologia diversa, dalle tre stelle in su. È una caratteristica che fa la sua parte nel rendere ricco il capoluogo attraverso prenotazioni e consumi di beni e servizi da parte di persone in grado di spendere e ben disposte a farlo per visitare il Lario.

C’è però un segmento, quello giovanile, che è composto da studenti e ragazzi con poche possibilità. Ovunque, in Italia e fuori dal nostro Paese, questo non è un motivo sufficiente per penalizzarli al punto da non permettere loro di viaggiare. Da noi sì. Al di là delle intenzioni, infatti, come sempre si misurano i fatti. E i fatti dicono che lo storico ostello di Villa Olmo, in via Bellinzona, in meno di un anno ha collezionato quattro bandi deserti, l’ultimo in ordine di tempo nei giorni scorsi.

Questo fallimento vorrà pur dire qualcosa. E, a nostro parere, tanto per incominciare, significa che il Comune non conosce bene il mercato. Il costo di un pernottamento, in tutti gli alloggi di questo tipo, oscilla tra i venti euro o poco più per notte. Fatti due conti, fissare il canone a 30mila euro all’anno, sia pure con la riduzione alla metà per i primi dodici mesi, significa che il gestore, a cui spettano giustamente anche gli oneri di manutenzione ordinaria e di pulizia, per trarre un buon sostentamento dovrebbe riuscire a “vendere” tutti i 42 posti disponibili ogni giorno, per 365 giorni all’anno, inverno incluso, realizzando così ricavi di almeno 300mila euro. Il gestore e i suoi eventuali, ma necessari, collaboratori dovrebbero poi dividersi i proventi dell’attività. E buon per loro che il Comune ha dimezzato il canone da 60mila euro iniziali a 30mila. Ma non è bastato. E non ha senso ipotizzare vistose riduzioni “un tanto al tocco”, man mano che si succedono i flop delle varie aste. Ora infatti si passerà alla trattativa privata.

L’ostello è anche privo di arredi e chi volesse provare l’avventura dovrebbe mettere in conto ulteriori costi. Da ultimo, l’immobile risale agli anni Cinquanta del secolo scorso e, sebbene Palazzo Cernezzi sia disponibile a concorrere alle spese per la sua messa in sicurezza, va da sé che un edificio così datato lascia aperta qualche incognita.

È il problema ricorrente di diversi nostri beni pubblici, che da opportunità si trasformano spesso in problemi irrisolti. E pensare che i nostri figli, girando in Europa, raccontano di ostelli vissuti come dignitosi alberghi, puliti, con servizi igienici, bar e ristoranti ben gestiti. Ad Amsterdam, a Berlino e altrove. Qui, invece, bar e ristorante sono inaccessibili agli “esterni”.

Alla fin fine resta una domanda: è più importante incassare una manciata di euro, o permettere ai giovani di venire a Como?

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